{"id":1615,"date":"2023-06-16T20:39:54","date_gmt":"2023-06-16T18:39:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andisblog.it\/?p=1615"},"modified":"2023-06-16T20:48:02","modified_gmt":"2023-06-16T18:48:02","slug":"quello-che-manca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.andisblog.it\/?p=1615","title":{"rendered":"Quello che manca"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-1617\" src=\"http:\/\/www.andisblog.it\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/progetto1-150x150.jpg\" alt=\"Teamwork group putting together brain puzzle. Concept of cognitive rehabilitation in Alzheimer's disease and dementia patient. Two adults collaborating, brainstorming, opening for new thinking. Working Together Puzzle Hands, Teamwork concept.\" width=\"150\" height=\"150\" \/>Quello che manca<\/strong><br \/>\n<span style=\"text-decoration: underline;\"><em><strong>di Nicola Puttilli<\/strong><\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sta crescendo la sensazione che anche per la scuola la valanga di risorse che si sta riversando con il PNRR sia, appunto, soltanto una valanga, una massa imponente e inattesa destinata a sciogliersi nel tempo senza, praticamente, lasciare traccia. In questi mesi assistiamo al paradosso di dirigenti scolastici che lamentano l\u2019arrivo massiccio e continuativo di finanziamenti, quasi sempre vincolati alla digitalizzazione, manifestando quasi il pudore di dover continuare a spendere per materiali e servizi di cui gi\u00e0 si ha ampia disponibilit\u00e0 o, comunque, considerati non prioritari.<!--more--> Senza dubbio una singolare constatazione per un sistema che ha visto un progressivo e inesorabile depauperamento di risorse nell\u2019ultimo trentennio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma il paradosso che colpisce maggiormente, nell\u2019epoca della moltiplicazione dei progetti e dei progettifici, \u00e8 proprio la mancanza di progetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il pi\u00f9 grande problema della scuola italiana, sia in termini di equit\u00e0 sociale sia di freno allo sviluppo economico del Paese, \u00e8 quello della dispersione scolastica e della forte disomogeneit\u00e0 nell\u2019acquisizione di competenze fra i diversi territori (nord-sud, centro-periferie, ecc). Basta dare uno sguardo ai paesi che pi\u00f9 e meglio di noi hanno risolto questo problema per capire che la chiave sta tutta in una didattica attiva, modulare, laboratoriale, attenta alla qualit\u00e0 della relazione. L\u2019esatto contrario della didattica frontale e trasmissiva, inesorabilmente uguale per tutti, da sempre imperante nelle nostre scuole. Del resto c\u2019\u00e8 poco di che stupirsi, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno di ci\u00f2 che, dall\u2019inizio del secolo scorso, hanno sostenuto tutti i pedagogisti pi\u00f9 illustri , da John Dewey alla nostra Maria Montessori, fino a \u00a0Celestine Freinet che ha, fra l\u2019altro, ispirato quel Movimento di Cooperazione Educativa che ha fortemente contribuito all\u2019unica vera riforma dal basso, la sola possibile, della nostra scuola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0Trasformazione in senso democratico e ugualitario, suggellata ed enfatizzata dalla lettera di Don Milani, ma che ha avuto insormontabili limiti di natura storica e geografica. Ha infatti dato il meglio di s\u00e9 tra i primi anni \u201860 e la fine degli anni \u201970, soprattutto in alcuni comuni del nord decisi a investire in educazione nelle scuole materne, allora non ancora di competenza statale, con esiti di assoluta eccellenza (Reggio Emilia, Torino, Milano, Bologna, per citarne alcuni) e nella scuola elementare, di nuovo principalmente al nord, fino a produrre fondamentali provvedimenti legislativi come la legge 820 sul tempo pieno e la 517 sulla valutazione formativa e l\u2019inserimento dei disabili. A distanza di molti anni non appare un semplice caso se negli ordini di scuola e nelle zone del Paese maggiormente toccati dall\u2019innovazione didattica si registrano, ancora oggi, gli esiti migliori per la scuola italiana, anche nelle comparazioni internazionali per la primaria. Resta, d\u2019altro canto, la percezione di come la forte spinta innovatrice di quegli anni abbia sicuramente lasciato tracce ben presenti nelle nostre scuole, \u00a0ma non le abbia tuttavia modificate nel profondo e, soprattutto, in modo generalizzato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sull\u2019onda della destra governante assistiamo sempre di pi\u00f9 a un\u2019opinione pubblica che attribuisce, ideologicamente e senza alcun dato di fatto, al post \u201968 tutti i mali, o quasi, della nostra scuola. Verrebbe da rispondere che di \u201968 ce n\u2019\u00e8 stato troppo poco o che \u00e8 finito troppo presto, non che ce n\u2019\u00e8 stato troppo. Al di l\u00e0, infatti, di una buona dose di massimalismo e di velleitarismo, sicuramente controproducente ma quasi fisiologica in un movimento cos\u00ec massiccio e dall\u2019esordio cos\u00ec tumultuoso, furono poste allora le premesse per un rinnovamento complessivo della nostra scuola che non hanno purtroppo trovato seguito nei decenni a venire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 che \u00e8 mancato, e che continua clamorosamente a mancare, \u00e8 stata la canalizzazione delle molteplici spinte riformatrici in una visione di insieme e la sua traduzione in un progetto di medio- lungo termine. I principali nodi problematici della nostra scuola sono nodi storici e soprattutto fortemente interrelati, non si possono sciogliere singolarmente ma solo attraverso un approccio sistemico.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Gli spazi di apprendimento: <\/strong>quasi tutte le nostre scuole sono predisposte per una didattica trasmissiva e frontale, spazi tutti uguali per ripetere all\u2019infinito il rito della lezione collettiva, una palestra (non sempre e spesso inadeguata) per l\u2019attivit\u00e0 fisica, qualche spazio rimediato qua e l\u00e0 per i laboratori e un locale mensa nei casi pi\u00f9 fortunati, quasi mai al sud. Le scuole italiane sono per lo pi\u00f9 vecchie e insicure, nella maggioranza manca perfino il certificato antincendio. Non \u00e8 procrastinabile un piano nazionale di rinnovamento e messa in sicurezza certamente molto impegnativo sul piano finanziario, ma di cui il PNRR pu\u00f2 costituire un primo, importante tassello. La costruzione di nuove scuole o la riconversione e messa a norma di quelle esistenti dovrebbe considerare le esigenze di una didattica attiva e rinnovata; esperienze molto significative in questo senso, alle quali fare riferimento, esistono nel nostro Paese e soprattutto all\u2019estero.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">A met\u00e0 degli anni \u201970 a Torino, dove vivo e ho lavorato, \u00a0furono costruiti alcuni plessi scolastici con caratteristiche molto innovative sulla scorta dell\u2019esperienza della scuola a tempo pieno, nato nel quartiere popolare delle \u201cVallette\u201d, che cominciava ad avere in citt\u00e0 una certa diffusione: pareti delle aule mobili per diversificare gli spazi, buca per il teatro, spazi esterni dedicati agli orti, ecc. Dopo una decina d\u2019anni le pareti erano diventate fisse, la buca per il teatro ricoperta, gli spazi esterni restituiti alla libera ricreazione. Spazi innovativi di apprendimento rischiano di essere una spesa inutile se non affiancati da un serio piano di formazione.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>La formazione del personale: <\/strong>la legge definisce la formazione come strutturale, obbligatoria e permanente ma, di fatto, non \u00e8 cos\u00ec. I vincoli contrattuali limitano fortemente queste caratteristiche fino a ridurla a una sorta di benemerito volontariato. Le risorse, pur cospicue in questa fase, arrivano alle scuole in modo disorganico rischiando di convergere su iniziative non proprio prioritarie o nelle mani delle realt\u00e0 \u00a0pi\u00f9 virtuose che meno ne avrebbero bisogno. Un serio piano nazionale richiederebbe obiettivi espliciti e dichiarati, finanziamenti adeguati e valide strutture di supporto alle scuole in grado di fornire progettazione ed esperti di qualit\u00e0. C\u2019erano una volta gli IRRSAE (Istituti Regionali per la Ricerca la Sperimentazione e l\u2019Aggiornamento Educativo), a un certo punto qualcuno ha cominciato a sostenere che fossero inutili e costosi carrozzoni. Per quello che pu\u00f2 valere l\u2019esperienza personale ne ho avuto una percezione totalmente diversa e resto convinto che la loro soppressione fosse principalmente dovuta a mere ragioni di risparmio, piccola parte di quel taglieggiamento partito a met\u00e0 degli anni \u201990 e che ha portato, in quasi un trentennio, a praticamente dimezzare la quota di PIL destinato al sistema nazionale di formazione. Strutture simili, ovviamente rivisitate e adattate alle esigenze attuali, sarebbero invece di grande utilit\u00e0.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un serio e qualificato piano di formazione, inserito in un progetto di rinnovamento partecipato e credibile, potrebbe anche essere motivante per il personale docente ma comporterebbe nuovi carichi lavorativi e comporterebbe il superamento degli attuali vincoli contrattuali, si tratterebbe realisticamente di porre in essere un altro contestuale e massiccio intervento.<\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li><strong>Gli stipendi e la carriera dei docenti: <\/strong>nella primavera del 2019 la commissione europea inviava una formale raccomandazione al governo italiano affinch\u00e8 provvedesse sollecitamente ad aumentare gli stipendi degli insegnanti, di gran lunga fra i pi\u00f9 bassi di Europa. Da allora nulla \u00e8 cambiato, i previsti e rituali aumenti contrattuali nel frattempo intervenuti non hanno in alcun modo colmato il divario, n\u00e9 introdotto alcuna realistica possibilit\u00e0 di carriera. Difficile pensare che una categoria frustrata sul piano stipendiale, oggetto di scarso riconoscimento sociale e lontana dalle attenzioni della politica possa partecipare con entusiasmo a un grande processo di cambiamento come quello che sarebbe necessario e senza gli insegnanti, l\u2019esperienza lo dimostra, non si va da nessuna parte.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Molti altri sono evidentemente i problemi irrisolti della scuola italiana ma quelli sopra delineati sono passaggi obbligati se si vuole tentare seriamente di recuperare il \u201cgap\u201d con i paesi europei pi\u00f9 evoluti. I ritardi accumulati sono enormi ma non esistono alternative anche se, al punto in cui siamo, i costi potrebbero sembrare proibitivi. Ancora una volta sono decisive la \u201ccapacit\u00e0 di visione\u201d e la volont\u00e0 della politica, quelle che sono mancate negli ultimi decenni e che sembrano oggi pi\u00f9 che mai assenti se \u00e8 vero che, nel Paese con il maggior tasso di abbandono scolastico e di analfabetismo funzionale, il governo in carica si preoccupa di inserire il merito nella propria intestazione istituzionale. Si inseguono la cronaca e il facile consenso inserendo le ore di educazione civica se il bullismo diventa argomento televisivo, l\u2019orientatore se il tema del giorno \u00e8 il disallineamento tra l\u2019offerta formativa e il mercato del lavoro e gi\u00e0 si prospettano le ore di contrasto al femminicidio, mentre il problema reale \u00e8 l\u2019innalzamento generale delle competenze dei nostri ragazzi, tutti i nostri ragazzi, in quanto cittadini attivi e responsabili in primo luogo e in quanto lavoratori \u00a0adeguatamente inseriti nel processo di crescita del Paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lavorare a un grande e condiviso progetto per il raggiungimento di questi fondamentali obiettivi potrebbe contribuire a dare un senso e una visione anche all\u2019azione quotidiana dei nostri insegnanti e dei nostri dirigenti scolastici. Per la classe politica si tratterebbe di una scelta strategica sulla quale far convergere risorse in buona misura provenienti dalla scuola stessa, dal PNRR a quelle, ancora pi\u00f9 ingenti,derivanti dal calo demografico, fino a raggiungere gradualmente \u00a0una quota di PIL destinata al sistema di formazione paragonabile a quella degli anni \u201990, in linea con quella dei paesi europei. Si tratterebbe, senza dubbio, di un grande impegno e di un grande investimento, inevitabile se si vuole evitare l\u2019ulteriore declino della nostra scuola e, a stretto giro di posta, dell\u2019intero Paese.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quello che manca di Nicola Puttilli Sta crescendo la sensazione che anche per la scuola la valanga di risorse che si sta riversando con il PNRR sia, appunto, soltanto una valanga, una massa imponente e inattesa destinata a sciogliersi nel tempo senza, praticamente, lasciare traccia. 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