{"id":257,"date":"2015-03-03T21:34:29","date_gmt":"2015-03-03T20:34:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andisblog.it\/?p=257"},"modified":"2015-03-04T21:35:31","modified_gmt":"2015-03-04T20:35:31","slug":"per-un-insegnante-animattore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.andisblog.it\/?p=257","title":{"rendered":"Per un insegnante animaTTore"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-258\" src=\"http:\/\/www.andisblog.it\/wp-content\/uploads\/2015\/03\/imagesV8JZ2UQD-150x150.jpg\" alt=\"imagesV8JZ2UQD\" width=\"150\" height=\"150\" \/>Per un insegnante animaTTore<\/strong><br \/>\n<em><span style=\"text-decoration: underline;\"><strong>di Maurizio Tiriticco<\/strong><\/span><\/em><\/p>\n<p>Molti anni fa \u2013 era il 1969 \u2013 quando sulla scena irruppe Dario Fo con il suo \u201cMistero buffo\u201d, non mancarono polemiche. Oggi, di fronte a un attore pi\u00f9 che affermato e Premio Nobel, di quelle polemiche non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 neanche l\u2019eco, ma allora le cose erano molto diverse. L\u2019opera riscuoteva ovunque un grande successo; tuttavia una certa critica, abituata a un teatro diverso, non gli risparmi\u00f2 rilievi fortemente critici. <!--more-->Si sosteneva che, in effetti, si trattasse di un teatro di parte \u2013 erano gli anni della contestazione \u2013 pi\u00f9 politico che artistico! E che Dario Fo, quindi, non fosse tanto un attore quanto un pedagogo, per non dire demagogo, irriverente verso la nostra tradizione religiosa, mosso pi\u00f9 a mobilitare folle che a fare teatro.<br \/>\nVa anche ricordato che i tempi erano molto diversi. Nel 1964 al Festival dei Due mondi a Spoleto erano state rappresentate dal Nuovo Canzoniere Italiano per la prima volta in una manifestazione pubblica \u201cufficiale\u201d, se si pu\u00f2 dire cos\u00ec, le canzoni delle mondine, \u201cSebben che siamo donne\u201d, \u201cSior parun dalle belle brache bianche, fora le palanche\u201d, \u201cBella Ciao\u201d, e quella fortemente politica \u201cGorizia, tu sia maledetta\u201d. Nella battaglia di Gorizia dell\u2019agosto del 1916 erano morti pi\u00f9 di 90.000 soldati, di ambedue le parti, e i nostri superstiti crearono quella canzone che, ovviamente \u2013 si pensi anche agli anni del fascismo dilagante \u2013 non riscosse mai il crisma della \u201cufficialit\u00e0\u201d. Ebbene, quella canzone, per la prima volta cantata in una manifestazione pubblica, per di pi\u00f9 internazionale, mand\u00f2 su tutte le furie il nostro apparto militare e il Nuovo Canzoniere venne denunciato \u2013 udite, udite \u2013 per vilipendio delle forze armate. In un clima di quel genere, tutto ci\u00f2 che \u201csapeva di nuovo\u201d, e di provocatorio anche \u2013 il Sessantotto in effetti aveva rotto certi modi di intendere e di fare cultura, rispetto a una certa tradizione paludata [1], \u2013 un impertinente Dario Fo a molti non piacque: era semplicemente un agit-prop del Pci!<br \/>\nIo raccolsi la provocazione e scrissi un articolo su \u201cl\u2019Unit\u00e0\u201d. Sostenevo che i rilievi critici mossi contro Dario Fo andavano letti proprio con la medesima chiave adottata dai detrattori, ma in positivo: cio\u00e8 che \u00e8 il teatro stesso, se non ogni manifestazione artistica, che \u00e8 anche insegnamento in senso lato. Basti ricordare le finalit\u00e0 del grande teatro tragico dell\u2019antica Grecia. Chiunque voglia \u201cdire\u201d qualcosa, cerca sempre approvazione, consenso, condivisione. Non c\u2019\u00e8 produzione artistica \u201cgratuita\u201d: il \u201cdire\u201d, l\u2019\u201cinformare\u201d vuole anche e sempre \u201cformare\u201d, sollecitare la condivisione e il \u201cfare\u201d. Era vero, dunque! Dario Fo era ed \u00e8 un pedagogo \u2013 e senza virgolette \u2013 proprio in quanto artista. In effetti, testi che, letti a scuola, sono di una noia mortale, rappresentati da un Dario Fo sono tutt\u2019altra cosa. Se poi si pensa alla contestualizzazione storica che ne fa Dario Fo \u2013 anche alle riletture e alle transcodifiche che ne hanno sempre fatte i giullari, o il popolino stesso nelle ritualit\u00e0 di certe ricorrenze, nelle sacre rappresentazioni \u2013 e alla lettura che in genere se ne fa nelle aule scolastiche, la differenza \u00e8 lampante! Dal coinvolgimento si passa alla noia. Si pensi alle storie di Lazzaro, di San Benedetto, delle Nozze di Cana, raccontate, drammatizzate\u2026 rivissute da Dario Fo.<br \/>\nE riflettevo sulla differenza che corre tra una classe scolastica annoiata, \u201ccostretta\u201d a \u201cstudiare\u201d su un libro inerte \u201cO figlio, figlio, figlio! Figlio, amoroso giglio, figlio, chi d\u00e0 consiglio al cor mio angustiato?\u201d di Jacopone da Todi, per l\u2019interrogazione del giorno dopo, e una platea animata da una drammatizzazione che ne farebbe Franca Rame che, ahim\u00e9, ci ha lasciati! Altro che note a pi\u00e9 di pagina, che raffreddano il testo con la pretesa di aiutarne lettura e comprensione! Dario e Franca sono capaci di immergerti in un\u2019epoca in un mondo, in un insieme di emozioni che ti fanno rivivere da protagonista, da \u201cattore\u201d, non acquisire da \u201clettore\u201d. E chiss\u00e0 quanti spettatori allora, grazie a Dario Fo, per la prima volta, nonostante anni e anni di scuola, hanno compreso e sentito nel profondo cose che avevano sempre letto sulla carta e scarsamente capito. Occorre, quindi, che nelle scuole un insegnante sia in grado non solo e non tanto di spiegare concetti, ma anche e soprattutto di suscitare emozioni, coinvolgimenti, partecipazione. Io non ho mai amato i Promessi Sposi, ma i miei alunni li hanno sempre amati\u2026 e mi seccava anche un po\u2019! In effetti, una cosa \u00e8 assegnare la lettura per il giorno x, altra cosa \u00e8 drammatizzare l\u2019oggetto hic et nunc. E drammatizzarlo con la partecipazione viva e creativa degli alunni. Occorre optare quindi per un insegnante animatore, o meglio per un insegnante attore, lato sensu, ovviamente, se si vuole!<br \/>\nEd \u00e8 un approdo teorico a cui giunsi molto pi\u00f9 tardi, anche se le mie lezioni erano sempre fortemente animate, drammatizzate a volte, collettivamente. Nel 1980 con Tina Pietrangelo pubblicai \u201cLa programmazione nella scuola dell\u2019obbligo\u201d e, l\u2019anno successivo, \u201cLa valutazione nella scuola dell\u2019obbligo\u201d. Erano anni di grandi cambiamenti e l\u2019accesso sempre pi\u00f9 massiccio di tanti bambini \u201cobbligati\u201d a frequentare la scuola media aveva indotto a ricercare e suggerire nuove strade per insegnare\/apprendere, sulla scorta di un vero e proprio boom della ricerca pedagogica e della sperimentazione: quindi occorreva programmare per obiettivi e valutare per giudizi analitici e sintetici. Si trattava delle indicazioni di una legge che rivoluzion\u00f2 il modo di fare scuola negli anni dell\u2019obbligo: la legge 517 del 1977.<br \/>\nSe si voleva vincere la battaglia dell\u2019obbligo di istruzione, la motivazione degli alunni e la conduzione dell\u2019aula dovevano costituire il leit motiv dell\u2019innovazione: perch\u00e9 con questa si giocava il destino culturale stesso, e civile anche, della nostra popolazione e del Paese. Occorreva, di fatto, \u201cscaldare\u201d il nuovo motore dell\u2019insegnare\/apprendere, perch\u00e9 il programmare e il valutare secondo criteri \u201caltri\u201d potessero diventare la vera parte viva di una scuola nuova. Fu per queste ragioni che proposi all\u2019editore un nuovo libro, centrato sulla gestione dell\u2019aula, sull\u2019animazione, appunto. Jerome Bruner aveva gi\u00e0 scritto nel 1962 i \u201cSaggi per la mano sinistra\u201d. A monte c\u2019\u00e8 la teoria che vuole che l\u2019emisfero sinistro del nostro cervello presieda alle operazioni cognitive, quello destro a quelle emotivo\/affettive; e che agiscano il primo sulla parte destra del corpo, il secondo sulla sinistra. Stando alla metafora, l\u2019insegnante agisce con la mano destra, quando sollecita operazioni cognitive, e con la sinistra, quando sollecita operazioni emotive. Ma le prime sollecitazioni sono quelle dominanti, com\u2019\u00e8 noto. Esemplificando: due amici vedono il medesimo film, oggettivamente \u00e8 quello e non un altro; ma, soggettivamente, al primo \u00e8 piaciuto moltissimo, al secondo no. E ancora: \u00e8 certo e da tutti condiviso che Manzoni ha scritto i Promessi Sposi; ma altra cosa \u00e8 dire che \u00e8 un capolavoro oppure una gran c\u2026 come \u201cLa corazzata Potiomkin\u201d di Eisenstein, alias di Villaggio! In effetti, \u201cspiegare\u201d un capitolo dei Promessi Sposi \u00e8 un\u2019operazione da mano destra; \u201cdrammatizzarlo\u201d \u00e8 un\u2019operazione da mano sinistra.<br \/>\nSi trattava in quegli anni, tutti incentrarti su processi e procedure programmatorie, di riflettere, anche e soprattutto, su come si anima e si gestisce un\u2019aula e come si anima un gruppo classe e ogni singolo allievo. Insegnare in quanto fare lezione \u00e8 facile; motivare all\u2019apprendere non \u00e8 affatto facile, anche e soprattutto perch\u00e9 la nostra scuola, da sempre, ha fatto della lezione cattedratica il clou di ogni attivit\u00e0. Avvertivo fortemente la necessit\u00e0 di avanzare una proposta che andasse, appunto, sulla via dell\u2019animazione. Il concetto stesso di animazione, per\u00f2, non era molto popolare, e non lo \u00e8 ancora, nonostante i ripetuti richiami alla \u201cdidattica laboratoriale\u201d. E l\u2019editore stesso mi disse che un titolo sull\u2019animazione non avrebbe suscitato particolare interesse. La programmazione, nel bene e nel male, era il ferro caldo che in quegli anni agitava la scuola e non avrei potuto ignorarlo. E il titolo fu, appunto, \u201cProgrammazione come animazione\u201d, del 1986.<br \/>\nSi possono fare le programmazioni migliori, puntualmente rispondenti ai criteri e alle tappe indicate da tutte le innovazioni della ricerca pedagogica, ma, se non si gestiscono gli alunni, coinvolgendo veramente, ciascuno di loro, i percorsi previsti e puntualmente descritti sulla carta, su questa rimangono.<br \/>\nIo sono, certamente, per un insegnante programmatore \u2013 e programmatore collettivo, a livello di collegio docenti e di consiglio di classe; ma, pi\u00f9 convintamente sono per un insegnante \u201canche\u201d animatore e attore e, quando \u00e8 il caso, capace di rendere attori, convinti partecipi dei processi di apprendimento, gli alunni della classe, nessuno escluso.<br \/>\nProgrammare non \u00e8 facile, animare \u00e8 difficile, essere \u201cattori\u201d e sollecitare \u201cattori\u201d, o meglio motivare una partecipazione attiva e convinta della classe e di ciascun alunno in processi di apprendimento significativo, per dirla con Ausubel, \u00e8 ancora pi\u00f9 difficile. Sono convinto che oggi pi\u00f9 di ieri scelte di questo tipo siano necessarie. Una popolazione scolastica sempre pi\u00f9 eterogenea, genitori sempre pi\u00f9 in difficolt\u00e0, una scuola sempre maltrattata, esigono di fatto che l\u2019offerta educativa, istruttiva e formativa, se vogliamo garantire il successo formativo a tutti e a ciascuno (dpr 275\/99, art. 1), sia condotta da insegnanti a tutto tondo, programmatori e animaTTori, appunto!<br \/>\n________________________________________<\/p>\n<p>[1] <em>In effetti negli anni Cinquanta sia le \u201cCeneri di Gramsci\u201d che \u201cRagazzi di vita\u201d avevano fatto storcere il naso a una certa parte della nostra critica letteraria. Ci sono voluti decenni perch\u00e9 certe incrostazioni di una cultura paludata perdessero voce e forza. E chi non riconosce a Pasolini, oggi, quel merito che in vita gli era da molti contestato?<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per un insegnante animaTTore di Maurizio Tiriticco Molti anni fa \u2013 era il 1969 \u2013 quando sulla scena irruppe Dario Fo con il suo \u201cMistero buffo\u201d, non mancarono polemiche. 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