{"id":433,"date":"2015-12-12T12:37:59","date_gmt":"2015-12-12T11:37:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andisblog.it\/?p=433"},"modified":"2015-12-12T13:34:41","modified_gmt":"2015-12-12T12:34:41","slug":"la-mia-svolta-pedagogica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.andisblog.it\/?p=433","title":{"rendered":"La mia svolta pedagogica"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-435\" src=\"http:\/\/www.andisblog.it\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/La_scuola_di_Barbiana-150x150.png\" alt=\"La_scuola_di_Barbiana\" width=\"150\" height=\"150\" \/>La mia svolta pedagogica<\/strong><br \/>\n<span style=\"text-decoration: underline;\"><em><strong>di Maurizio Tiriticco<\/strong><\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo aver girovagato per tutte le scuole del Lazio con incarichi annuali, finalmente, vincitore del mio primo concorso, approdai alla scuola media Ottavia di Roma. Era l\u2019anno scolastico 1963-64, primo della grande riforma di cui alla legge 1859\/1962: una legge per cui anch\u2019io mi ero battuto! E tanto! In quegli anni, comunque, erano in molti a non ritenere opportuno abolire l\u2019avviamento professionale.<!--more--> Il ritornello di sempre: non tutti sono portati per lo studio. E poi perch\u00e9 liquidare il latino? Per aprire la scuola ai figli di tutte le classi sociali? E rendere cos\u00ec gli studi pi\u00f9 facili? In effetti, non si trattava di rendere gli studi pi\u00f9 facili, ma di permettere l\u2019accesso alla scuola e alla cultura a quelle classi sociali che da sempre ne erano state escluse. Ma \u00e8 proprio vero che la cultura \u00e8 solo quella dei borghesi e dei piccolo-borghesi? Questi erano gli interrogativi che mi ponevo in quegli anni. E non era un caso che proprio nel 1962 Carlo Salinari pubblicasse un saggio illuminante: \u201cStoria popolare della letteratura italiana\u201d. Insomma, la cultura \u00e8 tutto ci\u00f2 che un aggregato sociale esprime come lingua, abitudini, costumi. Il fatto \u00e8 che poi, nel dipanarsi della storia, i gruppi dominanti hanno imposto la loro cultura a danno di qualsiasi cultura \u201caltra\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tornando al fatidico anno scolastico 1963\/64, il mio entusiasmo era alle stelle e cominciai fin dal primo giorno di scuola a mettercela tutta: pronto a fare delle lezioni meravigliose destinate a un pubblico infantile che nel giro di un triennio avrebbe preso netta padronanza nel leggere e nello scrivere in forma pi\u00f9 che corretta e piena consapevolezza dei diritti e dei doveri di cui alla nostra bella Costituzione repubblicana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma giorno dopo giorno il mio entusiasmo cominci\u00f2 a scemare: mezza classe mi ascoltava e studiava, ma l\u2019altra mezza si ostinava a guardarmi di sottecchio: nessun\u2019attenzione, niente compiti a casa, spallucce o occhiatacce. Avvertivo che mi sentivano come una sorta di nemico. Che fare? Mi interrogai: come rompere quel muro di gomma? Eppure le mie lezioni erano belle e interessanti: lo sapevo. Negli anni precedenti, come incaricato, non avevo mai avuto problemi di questo tipo. Cos\u2019era che non andava?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi feci coraggio. E un bel mattino \u201cpresi di petto\u201d gli alunni pi\u00f9 ostinati: feci un bel predicozzo, molto aperto e anche un po\u2019 cattivello, e dissi: vivete in una repubblica che vuole che tutti i cittadini siano eguali; basta con i ricchi e con i poveri; basta con quelli che non sanno leggere e scrivere; avete la fortuna di studiare gratis e nel giro di tre anni migliorare la vostra lingua, conoscere nuove cose, aspirare a un lavoro migliore di quello dei vostri genitori\u2026 e qui fui interrotto. Per la prima volta dopo tanti giorni l\u2019alunno Bomba, piccolo piccolo, primo banco, che da sempre mi aveva guardato storto e in silenzio, apr\u00ec bocca: \u201cIo a scola nun ce vojo veni\u2019. Io vojo lavor\u00e0\u201d\u2026 e io sorpreso lo invitai a continuare. \u201cIo ci\u00f2 er forno e lavoro co\u2019 mi\u2019 padre\u2026 e mo\u2019 nun ce posso pi\u00f9 lavor\u00e0 e mi padre sta solo\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poche parole che mi stupirono e mi segnarono. Un tumulto di pensieri mi assal\u00ec. Dopo Bomba parlarono altri. E tutti sostenevano le stesse ragioni. Che venivano a fare a scuola e a perdere tempo con i libri, quando a casa, a bottega, in campagna o non so dove c\u2019era tanto da fare? Ragionamenti che oggi nessuno fa pi\u00f9 e fortunatamente, ma che allora avevano una piena giustificazione. Obbligo di istruzione! Appunto! Obbligati a fare una cosa che non avevano e non avrebbero mai scelto. Ovviamente, non si trattava di atteggiamenti diffusi su larga scala, ma, in effetti, una parte della popolazione vedeva nell\u2019obbligo, appunto, un obbligo non ripagato. Ripensai a quei carabinieri presi d\u2019assalto coi forconi quando con le prime leggi dello Stato postunitario venne sancito un obbligo di istruzione elementare biennale. Si rubavano braccia a una campagna gi\u00e0 povera e da sempre!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo giorni e giorni in quella prima B mezza classe prese la parola: tutti contro l\u2019obbligo e contro di me, la Legge, lo Stato, che fa perdere tempo sui libri a chi, da sempre, ha invece a che fare con le cose. Mi ricordai quei versi del Giusti a Gino Capponi che i miei alunni certamente non conoscevano: \u201cGino mio, l\u2019ingegno umano partor\u00ec cose stupende, quando l\u2019uomo ebbe tra mano meno libri e pi\u00f9 faccende\u201d. La saggezza popolare \u00e8 sempre grande! E per me fu una doccia scozzese! Mi resi conto di non avere capito nulla. Un conto sono i Princ\u00ecpi, Sacrosanti, altro conto i Fatti, pi\u00f9 che Sacrosanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E non cercai di convincere Bomba dell\u2019importanza dello studio, ma di comprendere, invece, che cosa veramente pensasse. \u201cCertamente, gli dissi, il pane \u00e8 importante\u2026\u201d. \u201cE io lo faccio\u201d, soggiunse Bomba. Ed era sottinteso: \u201ce tu no\u201d! Raccolsi la sfida, confessai la mia ignoranza in materia di panificazione e gli proposi di parlarci del suo lavoro. Bomba accett\u00f2. Il giorno dopo si present\u00f2 in aula con una cesta in cui c\u2019erano tanti pani di diverso formato: le faccende opposte ai libri. Confesso che rimasi pi\u00f9 che sorpreso. Senza molto pensarci su, gli proposi di salire in cattedra e di spiegarci tutto di quei pani. E con molta modestia mi andai a sedere sul suo banco. Bomba, dall\u2019alto di una cattedra che sembrava fosse una vetta conquistata, ci fece una lezione meravigliosa, non so quanto corretta sotto il profilo grammaticale, ma ricchissima sotto il profilo dei contenuti. Capii che fare il fornaio non \u00e8 affatto una cosa semplice.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma capii non solo tutto del pane, ma anche tutto dell\u2019insegnamento. Lo scendere dalla cattedra e ascoltare come un alunno \u201cignorante\u201d, con tanto di virgolette, potesse insegnarmi e insegnarci qualcosa non fu solo un\u2019intuizione momentanea, ma divenne una pratica quotidiana. Bomba finalmente \u201csi iscrisse\u201d per la prima volta nella prima B! E seguirono gli altri, a turno, giorno dopo giorno, ciascuno a parlare di s\u00e9 e del suo lavoro. Da cosa nasce cosa. E nei giorni che seguirono le faccende presero il posto dei libri. E la cattedra veniva occupata a turno dai miei alunni ormai felicemente obbligati. Comunque, le materie di studio, quelle della tradizione e dei programmi ministeriali, non vennero affatto abbandonate. Venivano aggredite trasversalmente. Il pane ha una sua storia, \u00e8 diverso da Paese a Paese; a monte del pane ci sono civilt\u00e0 diverse, geograficamente collocate. Il pane implica farina, l\u2019agricoltura, l\u2019acqua, i fiumi e gli acquedotti. Il pane si vende: i conti aritmetici. Mi \u00e8 difficile scrivere in poche righe quel lento capovolgimento della didattica tradizionale. Dai libri ai fatti, alle cose. E Bomba e i pi\u00f9 ex resistenti si ritrovarono a redigere appunti, a far di conto e cos\u00ec via. Bomba fotograf\u00f2 i suoi diversi tipi di pane: ne nacquero cartelloni con relative scritte esplicative. Io correggevo e non mettevo voti. E Bomba e i suoi compagni di \u201cclasse sociale\u201d, pi\u00f9 che di \u201cclasse d\u2019et\u00e0\u201d, addirittura pretendevano che io correggessi! Le materie di studio divennero dei calzini rovesciati. Io non stavo pi\u00f9 in cattedra: divenni a poco a poco regista di un nuovo modo di \u201cstare a scuola\u201d e di \u201cfare lezione\u201d. E non sapevo nulla di pedagogia! Per me, roba da maestrine delle elementari!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per\u00f2, nella misura in cui legavo sempre pi\u00f9 con i miei alunni, dislegavo con i miei colleghi, anzi con le mie colleghe del consiglio di classe. Tiriticco non sa tenere la disciplina! Gli alunni fanno quello che vogliono! Non studiano! In effetti \u201cnon studiavano\u201d nel senso classico della parola. Libro di grammatica, niente! Antologia, qualcosina qua e l\u00e0\u2026 e io stesso per certi versi mi sentivo un po\u2019 in colpa. Per\u00f2 i miei alunni scrivevano e parlavano, leggevano poco dei libri di testo, ma leggevano tutto di ci\u00f2 che loro stessi scrivevano. E pretendevano, tra di loro, delle calligrafie leggibili! E si correggevano anche! Insomma, la classe era diventata una sorta di cantiere! E non sapevo nulla di un certo Freinet. E non mi rendevo conto che in quell\u2019aula si stavano confrontando due metodi di studio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Capii tutto pi\u00f9 tardi. Alla fine di quell\u2019anno scolastico le bocciature fioccarono, non solo nella mia scuola, ma in tutto il Paese! Che cosa stava succedendo? E fioccarono anche l\u2018anno successivo, e poi ancora. L\u2019innalzamento dell\u2019obbligo di istruzione di almeno otto anni, sancito anche dalla Costituzione, era un fallimento? Ma fallivano gli alunni o falliva la scuola? Gli interrogativi erano tanti, finch\u00e9 nel 1967 apparve un libro, di una strana casa editrice, una Lettera a una professoressa, in cui si leggeva che \u201ca prima vista sembra scritto da un ragazzo solo, invece gli autori sono otto ragazzi della scuola di Barbiana\u201d. Ma nel \u201967 io ero gi\u00e0 \u201cpassato di grado\u201d. Avevo vinto il concorso per le scuole secondarie: un altro mondo! Gli alunni non erano obbligati e professori e professoresse erano tenuti a promuovere o a bocciare, come sempre!<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E tornai al mio ruolo di sempre! Ma il mio cuore era sempre l\u00e0 con gli alunni obbligati ad apprendere e gli insegnanti obbligati a fare apprendere. E la lettera di Don Milani fu per me un toccasana. E capii che era la scuola media a fallire, non i suoi alunni. Di l\u00ec la mia svolta pedagogica! Di fatto, anche se comunista, la mia formazione era pur sempre crociana, come comunista\/crociano \u2013 se si pu\u00f2 dir cos\u00ec \u2013 era stato il mio maestro, Natalino Sapegno. E la pedagogia ai nostri occhi era pur sempre un cascame, un potpourri di discipline. Poi mi capit\u00f2 tra le mani Educazione e condizionamento sociale di Aldo Visalberghi: aria nuova, aria fresca! I miei dubbi e le mie incertezze vennero illuminati, se si pu\u00f2 dir cos\u00ec, e mi avviai decisamente sul terreno della ricerca pedagogica. Il \u201968 e il movimento studentesco furono una sorta di viatico e il ritorno all\u2019universit\u00e0 fu una scelta che direi obbligatoria. Raffaele Laporta stava lavorando a La difficile scommessa, una lettura critica sugli accadimenti di quegli anni nelle scuole e nelle universit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E dieci anni con Raffaele segnarono una sorta di rinascita, quella che segn\u00f2 la mia svolta pedagogica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La mia svolta pedagogica di Maurizio Tiriticco Dopo aver girovagato per tutte le scuole del Lazio con incarichi annuali, finalmente, vincitore del mio primo concorso, approdai alla scuola media Ottavia di Roma. Era l\u2019anno scolastico 1963-64, primo della grande riforma di cui alla legge 1859\/1962: una legge per cui anch\u2019io mi ero battuto! E tanto! 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