{"id":806,"date":"2018-02-25T13:37:13","date_gmt":"2018-02-25T12:37:13","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andisblog.it\/?p=806"},"modified":"2018-02-25T13:37:13","modified_gmt":"2018-02-25T12:37:13","slug":"806","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.andisblog.it\/?p=806","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><strong> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-808\" src=\"http:\/\/www.andisblog.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/communication-150x150.png\" alt=\"communication\" width=\"150\" height=\"150\" \/>L\u2019inesperienza comunicativa delle scuole<br \/>\n<em><span style=\"text-decoration: underline;\">di Stefano Stefanel<\/span><\/em><br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La comunicazione sia verso l\u2019interno, sia verso l\u2019esterno \u00e8 un elemento essenziale di qualunque pratica aziendale. Tutte le organizzazioni gestiscono la comunicazione come un elemento strategico, legato non solo a potenziali aumenti di fatturato e di attenzione, ma anche alla costituzione di strutture solide che veicolino \u2013 nel limite del possibile \u2013 solo messaggi positivi.<!--more--> Cos\u00ec avviene che quando un\u2019azienda viene messa sotto attacco mediatico di solito \u00e8 immediatamente pronta a reagire. Troppo forti sono i media e i social per poter essere presi sottogamba. La scuola, invece, fa finta che tutto questo non esista: sia i progetti nati dai Fondi PON, sia i primi due anni di Piano Nazionale di Formazione docenti, sia tutta l\u2019attivit\u00e0 progettuale e formativa del Miur mostrano pochissimo interesse (uso un eufemismo per non dire \u201cnessun interesse\u201d) per la comunicazione e le sue pratiche scientifiche. Avviene cos\u00ec che la scuola \u00e8 sempre presa in contropiede, sia nel bene sia nel male, quando diventa elemento di comunicazione mediatica diffusa. Cade sempre dalle nuvole e non ha mai risposte pronte, soprattutto laddove se ne parla male.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>MESSAGGI SUPERFICIALI O DI PARTE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Chi parla di scuola al grande pubblico lo fa per scopi diversi da quelli relativi al sistema scolastico e alle sue esigenze. Di solito lo fa o per stigmatizzare qualche comportamento o qualche dato, oppure per evidenziare il proprio stupore per qualcosa di altamente positivo avvenuto a scuola, dando per scontato che a scuola oltre al piattume quotidiano poco altro possa avvenire. In campo locale poi si va da un eccesso all\u2019altro: o la comunicazione \u00e8 agiografica sui grandi successi, sui grandi progetti, sui grandi risultati delle scuole letti quasi da nessuno; o la comunicazione \u00e8 scandalistica per avvenimenti traumatici avvenuti nel mondo scolastico. Prima di affrontare un\u2019analisi dal punto di vista comunicativo relativamente a due fatti recenti accaduti a scuola sposterei l\u2019attenzione su alcuni passaggi mediatici di questo ultimo periodo, che mostrano come la comunicazione non abbia alcun tipo di rapporto con la scuola reale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il 23 gennaio Angelo Panebianco sul <em>Corriere della sera<\/em> \u00e8 intervenuto come \u00e8 solito fare sulla scuola dal suo punto di vista di cattedratico, scambiando come sempre la platea degli studenti universitari con quelli della scuola dell\u2019obbligo. C\u2019\u00e8 una frase molto interessante nel suo articolo titolato in modo significativo: \u201c<em>I danni da incuria della nostra scuola\u201d: \u201cNella scuola italiana ci sono due categorie di insegnanti. La prima \u00e8 composta da persone di qualit\u00e0, che si dedicano con passione e sacrifici all\u2019insegnamento (e fortunati gli studenti che li incontrano) . Sono insegnanti che remano contro, refrattari allo spirito del tempo, che cercano , fra mille difficolt\u00e0, di dare davvero istruzione ai ragazzi di cui sono responsabili. Ma ci sono purtroppo anche gli altri, ci sono presidi (non tutti , naturalmente) che non vogliono bocciature per timore dei ricorsi ai Tar, e insegnanti rassegnati (o anche semplicemente incapaci) che seguono la corrente: la tacita e generale richiesta \u00e8 che si promuovano gli impreparati? Che problema c\u2019\u00e8? Li promuoviamo e basta.<\/em>\u201d Da tempo Panebianco ha sposato la tesi per cui la scuola seria e di qualit\u00e0 \u00e8 quella che boccia. Cosa facciamo dei bocciati non \u00e8 un problema di nessuno, soprattutto non lo \u00e8 per Panebianco. Il 20 aprile 2017 sempre sul <em>Corriere della sera<\/em> Ernesto Galli della Loggia era stato ancora pi\u00f9 lapidario (\u201c<em>La scuola italiana e il tab\u00f9 delle bocciature<\/em>\u201d): \u201c<em>Le cose in effetti stanno cos\u00ec: nelle scuole italiane la bocciatura \u00e8 di fatto bandita, cos\u00ec come \u00e8 bandito ogni autentico criterio di selezione e quindi di reale accertamento del merito.<\/em>\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ognuno ha le sue idee, ma certamente \u00e8 molto difficile avere una tribuna dello stesso tipo di Panebianco e Galli della Loggia (docenti universitari con nessuna competenza del sistema scolastico italiano) per esprimere le proprie e per contrastare le loro tesi. Incredibilmente per\u00f2 il contraddittorio lo fa lo stesso <em>Corriere della sera<\/em> con un articolo di Gian Antonio Stella che non lascia alcun equivoco, vista la rilevanza che il quotidiano milanese gli ha dato. Il 29 gennaio \u00e8 comparso, infatti, un lungo servizio a firma di Stella dal titolo inequivocabile: <em>\u201c<\/em><em>I costi dell\u2019abbandono scolastico: buttati 27 miliardi in dieci anni &#8211; Hanno lasciato pi\u00f9 di 1,7 milioni di studenti. Il record degli istituti professionali\u201d<\/em>. Scrive Stella: <em>\u201c<\/em><em>Ventisette miliardi e mezzo di euro: ecco quanto ci \u00e8 costato negli ultimi anni l\u2019abbandono di studenti nella scuola pubblica. Sono tantissimi, 27,5 miliardi. Due volte e mezzo il costo del tunnel della Manica. Eppure il tema, che dovrebbe far tremar le vene a ogni uomo di governo, \u00e8 quasi assente in campagna elettorale. Un milione e ottocentomila ragazzi hanno mollato? Vabb\u00e8\u2026\u201d. <\/em>Il ragionamento di Stella \u00e8 chiaro e documentato: bocciare e disperdere non ci fa del bene, non abbiamo alcun piano, stiamo distruggendo vite e risorse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La questione potrebbe essere derubricata a \u201cschizofrenia\u201d del <em>Corriere della sera<\/em>, ma invece \u00e8 molto pi\u00f9 profonda perch\u00e9 tocca il problema della comunicazione sulla scuola. Se il maggior quotidiano nazionale si disinteressa di essere coerente nel suo messaggio (i tre articoli sono editoriali o servizi del giornale, non \u201copinioni\u201d) e nessuno glielo fa notare vuol dire che pu\u00f2 passare un messaggio di questo tipo: \u201d<em>la scuola deve bocciare di pi\u00f9 perch\u00e9 solo cos\u00ec fornisce un vero servizio ai cittadini e quindi deve bocciare di meno perch\u00e9 bocciando spreca risorse umane e finanziare dei cittadini<\/em>\u201d. Il messaggio contraddice il principio di non contraddizione, ma in fondo che problema c\u2019\u00e8: questo principio (come dimostrano i politici in campagna elettorale) \u00e8 soltanto una seccatura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Non meno incredibile \u00e8 la comunicazione, totalmente politica, di chi si oppone a qualsiasi modifica della scuola italiana e quindi vuole riportare indietro di almeno quindici anni le lancette della storia. La base di questa comunicazione \u00e8 sostenuta da concetti e preconcetti affermati in forma apodittica e quindi trattati come delle verit\u00e0 incontrovertibili, su cui poi viene costruita l\u2019informazione. Cito solo due articoli apparsi su <em>il manifesto<\/em> a firma di due interlocutori molto competenti, informati ed estremisti, che usano per\u00f2 competenza e informazione per sostenere tesi totalmente politiche e prive di ogni oggettivit\u00e0. Piero Bevilacqua (\u201c<em>La debole, timida battaglia contro la \u2018buona scuola\u2019<\/em>\u201d, 16 febbraio 2018) asserisce qualcosa che solo una parte molto minima di personale della scuola sostiene (quella che ruota attorno ai sindacati pi\u00f9 estremi come sono i Cobas e Unicobas o ai Comitati che si dichiarano difensori unici della Costituzione): \u201c<em>Occorre dire con forza quello che \u00e8 ignorato da gran parte degli italiani: la scuola cos\u00ec come l\u2019abbiamo conosciuta, luogo di formazione culturale, civile, spirituale \u00e8 quasi andata distrutta. Essa \u00e8 stata trasformata e diventa sempre di pi\u00f9, una unica, indistinta scuola professionale<\/em>\u201d. Questa tesi \u2013 legittima come tante altre \u2013 \u00e8 molto di parte e molto di nicchia, ma Bevilacqua la sostiene come un dato di fatto su cui poi innesta i commenti. Mentre il suo \u00e8 solo un commento che attende dei fatti per essere suffragato.\u00a0 Sulla stessa linea e con ancora maggiore dispregio per qualsiasi interlocuzione \u00e8 Marina Boscaino (\u201c<em>L\u2019alternativa alla \u2018Buona scuola\u2019 si chiama Lip<\/em>\u201d, 18 febbraio 2018) in cui si mettono sul piatto alcuni miliardi sulla scuola (fino a far salire a 6 punti di PIL l\u2019investimento dello Stato) attraverso un ritorno al passato in cui l\u2019azione di abrogazione produce una \u201criforma\u201d che riporta tutto indietro agli Anni Sessanta e Settanta del Secolo scorso. Scrive la Boscaino: la Lip \u00e8 formata da \u201c<em>37 articoli che abrogano gran parte della normativa degli ultimi 15 anni, dalla riforma Moratti, alla Gelmini, alla \u2018Buona scuola\u2019 (\u2026). Non solo abrogare, dunque, ma anche ri-costruire e ri-portare la scuola all\u2019altissimo rango di organo costituzionale, quale fu pensata \u2013 non a caso \u2013 nell\u2019Italia che risorgeva sui principi dell\u2019antifascismo<\/em>\u201d. In questo secondo caso la vena abrogazioni sta diventa essa stessa una metodologia riformista, intendendo per riformismo solo un ritorno al passato. Ovviamente ritengo che la parte della \u201cBuona scuola\u201d che ha permesso 300.000 assunzioni in tre anni con la creazione dell\u2019organico dell\u2019autonomia, non verr\u00e0 abrogata, ma insomma tutto questo \u00e8 un dettaglio. Come un dettaglio \u00e8 che l\u2019abrogazione della \u201cRiforma Gelmini\u201d metterebbe a soqquadro l\u2019istruzione secondaria superiore ritornando alle sperimentazioni eterne. Dettagli che costerebbero un sacco di soldi e che soggetti politici di nicchia vogliono di fatto imporre a maggioranze che guardano altrove, dentro un sistema comunicativo che affastella tutto dentro una confusione comunicativa priva di coerenza, in una sorta di \u201cabroghiamo la storia\u201d quando questa non va dove pensiamo debba andare.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>E POI IL DISASTRO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Con questo tipo di comunicazione pubblica e pubblicistica non ci si pu\u00f2 dunque lamentare se tutti i media e i social non vanno tanto per il sottile quando si trovano a commentare questioni di scuola. Un Liceo di Roma e una Scuola dell\u2019infanzia dell\u2019Emilia sono \u201csalite\u201d alle cronache nazionali senza averlo voluto e soprattutto senza aver governato la comunicazione. Un passaggio nel RAV di un Liceo classico romano e la questione delle brandine da spostare in una Scuola dell\u2019infanzia emiliana sono diventate lo strumento per dimostrare che nella scuola italiana succedono cose assurde.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La contro comunicazione delle due scuole \u00e8 stata peggiore dell\u2019informazione scandalistica dei giornali, perch\u00e9 non \u00e8 riuscita ad entrare nel merito del problema. E questo perch\u00e9 nelle scuole la comunicazione avviene per strutture emergenziali, senza la predisposizione di strumenti di analisi preventiva, senza la competenza nella redazione di comunicati stampa, senza aver analizzato in precedenza i temi che possono diventare un problema mediatico. In entrambi i casi i dirigenti scolastici non avevano previsto che a semplici azioni quotidiane (un RAV di due anni che finora forse nessuno aveva letto, un conflitto di competenze su chi deve spostare delle brandine) sarebbe seguita una campagna mediatica nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Le scuole non sono in grado di isolare problemi comunicativi e non si occupano di prevedere dove \u00e8 necessario prevedere la possibilit\u00e0 di attacchi mediatici. A scuola non ci forma sulla comunicazione, non si studia come comunicare, non si comprende che la comunicazione non pu\u00f2 essere fatta \u201cda dilettanti\u201d. Nelle scuole si ritiene che una comunicazione agiografica e unilaterale sia sufficiente per raggiungere lo scopo di farsi rispettare. Avviene invece il contrario laddove la comunicazione mediatica sulla scuola \u00e8 sempre e solo sbagliata. Contraddizioni (\u201c<em>bisogna bocciare di pi\u00f9 perci\u00f2 bisogna bocciare di meno<\/em>\u201d), pareri assunti a dati (\u201c<em>la scuola \u00e8 distrutta<\/em>\u201d), proposte impossibili da realizzare (<em>Lip<\/em>): tutto questo mostra che il mondo della comunicazione va per la sua strada senza occuparsi necessariamente della realt\u00e0 quotidiana. Invece la comunicazione va studiata con attenzione, soprattutto per conoscerne le sue patologie. Questo oper\u00f2 non interessa nessuno: i Piani di Formazione parlano di molte cose interessanti, che saranno travolte per\u00f2 dal primo topolino che fa capolino in una mensa o in una classe.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019inesperienza comunicativa delle scuole di Stefano Stefanel \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 La comunicazione sia verso l\u2019interno, sia verso l\u2019esterno \u00e8 un elemento essenziale di qualunque pratica aziendale. 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