Inclusione scolastica e limite agli alunni stranieri: una riflessione alla luce del nuovo Decreto Scuola
Inclusione scolastica e limite agli alunni stranieri: una riflessione alla luce del nuovo Decreto Scuola
di Mario Di Maio
“Nella sinfonia dell’umanità,
ogni voce merita un posto
nell’orchestra dell’inclusione.”
( Aforisma popolare)
1.Premessa
L’inclusione scolastica rappresenta uno dei principi cardine del sistema educativo italiano. Fondata sui valori costituzionali dell’uguaglianza, della non discriminazione e del diritto all’istruzione, sanciti soprattutto dagli Artt, 3 e 34 della nostra Legge fondamentale, essa mira a garantire a tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro provenienza sociale, culturale o linguistica, pari opportunità di apprendimento e di partecipazione alla vita scolastica.
Negli ultimi anni, il tema dell’integrazione degli studenti con background migratorio è divenuto una questione di una certa importanza nel dibattito pubblico anche se, spesso, è stata evidenziato per motivi fortemente strumentali legati più ad intendimenti ideologici che a preoccupazioni di tipo educativo.
In questo contesto si inserisce il recente Decreto Scuola approvato dal Governo nel settembre 2026, che dovrà passare al vaglio del Presidente della Repubblica per la sua emanazione, che introduce un limite del 30% alla presenza di determinati studenti con cittadinanza non italiana nelle classi prime della scuola primaria e secondaria. La misura ha suscitato un ampio confronto tra sostenitori e critici, poiché tocca direttamente il delicato equilibrio tra inclusione, qualità dell’insegnamento e coesione sociale
2.L’inclusione scolastica nel modello italiano
Il sistema scolastico italiano è tradizionalmente orientato verso una concezione inclusiva dell’educazione. Tale approccio si fonda sull’idea che la diversità costituisca una risorsa educativa e che la Scuola debba garantire il successo formativo di tutti gli alunni.
Le Nuove Indicazioni per il Curricolo 2025 sottolineano l’importanza di una scuola inclusiva “L’idea di inclusione scolastica si basa, infatti, sul riconoscimento della rilevanza della piena partecipazione alla vita scolastica da parte di tutti i soggetti, non solo delle persone con disabilità. Peraltro il campo di intervento e di responsabilità delle comunità scolastiche si è spostato (ad includere alunni N.d.A)) con difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”(1) Il Documento ministeriale continua affermando: “Tale estensione coincide con la visione di una progettualità che coinvolge la scuola a più livelli, secondo direzioni di senso volte a costruire le condizioni didattiche di realizzazione dell’inclusione scolastica. L’Italia è stata storicamente crocevia di culture e porta avanti un modello di educazione rispettoso di tutte (e consapevole della propria). La scuola italiana adotta misure sistemiche e prassi specifiche per l’accoglienza e l’integrazione di studenti provenienti da contesti migratori, come specifici patti educativi tra scuole ed enti competenti, la collaborazione con i mediatori linguistico-culturali, piani di insegnamento/apprendimento dell’Italiano L2. La promozione dell’educazione interculturale, volta a valorizzare e potenziare le competenze linguistiche culturali e civiche di ogni studente è assicurata anche con l’assegnazione alle scuole del primo ciclo di docenti aggiuntivi della classe di concorso 23/A (insegnamento della lingua italiana per i discenti di lingua straniera) per l’insegnamento dell’italiano nelle sezioni con un numero di studenti stranieri, che si iscrivono per la prima volta al sistema nazionale di istruzione, superiore al 20 per cento degli alunni della classe”. (2)
Bisogna, però, ricordare la forte polemica relativa al depauperamento del contingente dei docenti della classe di concorso A-23 (Italiano L2) che, attualmente sull’intero territorio italiano conta 762 docenti di ruolo, tanto che Sindacati e associazioni di categoria denunciano che questo numero è del tutto inadeguato rispetto al numero reale di alunni stranieri. (3)
Nell’ambito dell’organizzazione scolastica per gli studenti stranieri, l’inclusione si realizza attraverso diverse modalità con, in prima battuta, l’inserimento nelle classi ordinarie e percorsi di alfabetizzazione linguistica in italiano L2, pur con le difficoltà precedentemente segnalate. Sono poi importanti le attività di mediazione culturali, i progetti sulla multiculturalità e la collaborazione con le famiglie e i servizi territoriali.
L’obiettivo non è soltanto l’apprendimento della lingua italiana ma anche la costruzione di una comunità scolastica capace di valorizzare le differenze culturali e favorire la cittadinanza attiva.
3.Le principali novità del nuovo decreto
Il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri introduce un limite del 30% nelle classi prime per alcuni studenti con cittadinanza non italiana. Tuttavia, la norma non riguarda indistintamente tutti gli alunni stranieri.
Secondo le informazioni diffuse sulla bozza approvata nella scuola primaria il limite del 30% si applica agli alunni con cittadinanza non italiana che:
- non sono nati in Italia;
- oppure non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia italiana.
Gli alunni stranieri nati in Italia o già inseriti nel sistema educativo italiano non rientrano nel calcolo della soglia
Per quanto riguarda la scuola secondaria di primo e secondo grado la soglia del 30% riguarda gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni nel sistema scolastico nazionale.
Secondo il Governo, la misura mira a evitare la formazione di cosiddette “classi ghetto” e a favorire una migliore padronanza della lingua italiana per garantire condizioni di apprendimento più equilibrate e, quindi, promuovere una reale integrazione degli studenti neoarrivati.
Il decreto prevede inoltre interventi di potenziamento linguistico negli istituti che non riusciranno a rispettare il limite previsto e nei quali saranno necessarie deroghe, già previste in precedenti Documenti ministeriali.
Da una prima riflessione sui contenuti del Decreto, esso presenta alcuni elementi che possono essere interpretati come coerenti con una prospettiva inclusiva.
In primo piano c’è la centralità della competenza linguistica
La norma si concentra principalmente sugli studenti che non possiedono ancora adeguate competenze linguistiche in italiano. L’assunto pedagogico è che una limitata conoscenza della lingua possa ostacolare sia l’apprendimento individuale sia il lavoro didattico dell’intera classe. “La lingua italiana costituisce il primo strumento di comunicazione e di accesso alla conoscenza; rappresenta un mezzo decisivo per l’esplorazione del mondo, per l’organizzazione del pensiero e per la riflessione sull’esperienza e sul sapere” (4)
Ci sarà un maggiore sostegno all’inserimento scolastico, attraverso lo stanziamento di risorse
destinate ai percorsi di alfabetizzazione linguistica che evidenziano la volontà di accompagnare l’inclusione con interventi di supporto specifici.
Il Governo, infine, sostiene che una distribuzione più equilibrata degli studenti contribuirà a prevenire fenomeni di concentrazione territoriale e scolastica che possono tradursi in isolamento sociale e minori opportunità educative.
Numerose sono state le criticità evidenziate dal mondo della scuola: accanto agli aspetti favorevoli, dirigenti scolastici, associazioni professionali e forze politiche di opposizione hanno sollevato numerose perplessità.
È stato paventato il rischio di una lettura quantitativa dell’inclusione. Essa è sempre stata considerata un processo qualitativo, legato alla capacità della scuola di accogliere e valorizzare, attraverso i percorsi curricolari che tutte le Istituzioni scolastiche progettano, ogni studente.
L’introduzione di soglie numeriche potrebbe apparire in contrasto con questa impostazione, poiché la presenza di studenti stranieri verrebbe valutata prevalentemente in termini quantitativi.
L’altra forte criticità è quella delle difficoltà applicative, in quanto in molte aree urbane caratterizzate da alta presenza migratoria, il rispetto del limite potrebbe risultare complesso. Gli Uffici scolastici territoriali dovrebbero redistribuire gli alunni tra diverse scuole, operazione che potrebbe generare forti inconvenienti organizzativi e logistici per le famiglie, aumentando ulteriormente gli elementi di discriminazione che, formalmente, si vogliono combattere.
Il principio della scuola di vicinanza, infatti, costituisce un elemento importante del diritto allo studio. Lo spostamento degli studenti verso altri istituti potrebbe incidere sui tempi di percorrenza, sui costi per le famiglie e sul radicamento nel territorio, creando così un circolo vizioso tra integrazione e ambiente di vita.
Bisogna, inoltre, ricordare che questo decreto, anche se inconsapevolmente, può produrre fenomeni di stigmatizzazione, in quanto una normativa focalizzata sugli studenti stranieri può favorire processi di etichettamento sociale, soprattutto nei confronti degli alunni di recente immigrazione, alimentando percezioni di diversità anziché percorsi di integrazione, accrescendo così il pericolo di derive identitarie che, sempre più, stanno imbarbarendo la vita sociale del nostro Paese.
Conclusioni
Il nuovo Decreto Scuola rappresenta un’importante modifica delle politiche di integrazione scolastica degli ultimi anni.
Ce n’era bisogno oppure è scaturito da un’esigenza contingente relativa ad una problematica di tipo politico-elettorale?
Il Documento ministeriale è stato implementato dopo un’accurata verifica delle diverse situazioni presenti nelle Istituzioni scolastiche, dopo una metodica ricerca di tipo scientifico-sociologico sulle problematiche dell’inclusione degli “studenti stranieri”?
Nel Decreto non mi sembra ci sia traccia di un’analisi del genere, di un riferimento ad uno studio di ricerca com’è quello che è stato realizzato dalla Collega Rossella De Luca che ha pubblicato, proprio in questi giorni, un articolo sul Blog dell’Andis, intitolato : “Dal “cinque per classe” al 30%: come è cambiata la scuola italiana degli alunni con cittadinanza non italiana (CNI)”, frutto di un’attenta e meticolosa ricerca di dati e di informazioni che Le hanno permesso di arrivare a delle conclusioni più che condivisibili: “La vera evoluzione della scuola italiana sta nell’aver progressivamente spostato lo sguardo dalla categoria amministrativa alla persona, dalla cittadinanza al bisogno educativo, dalla semplice presenza alla partecipazione effettiva alla vita scolastica. È una sfida che non si risolve con una percentuale. La percentuale può aiutare a programmare. La scuola, però, deve continuare a leggere le persone.” (5)
Il Decreto, richiamandosi all’obiettivo dell’inclusione e del contrasto alle concentrazioni eccessive di studenti con difficoltà linguistiche, introduce, pertanto, una logica regolativa fondata su soglie quantitative che modifica l’approccio seguito finora dal sistema scolastico italiano.
Il confronto tra il modello inclusivo tradizionale e la nuova impostazione evidenzia una tensione tra due esigenze entrambe rilevanti: da un lato dovrebbe garantire un’effettiva integrazione linguistica e sociale degli studenti di recente immigrazione, dall’altro continuare a preservare una scuola aperta, accogliente e capace di valorizzare la pluralità culturale come elemento costitutivo della vita democratica.
L’efficacia del provvedimento dipenderà in larga misura dalle modalità concrete di attuazione, dalle risorse destinate al sostegno linguistico e dalla capacità delle Istituzioni scolastiche di coniugare il rispetto delle nuove disposizioni con i principi costituzionali di inclusione, uguaglianza e diritto all’istruzione per tutti.
(1) Indicazioni Nazionali per Il Curricolo 2025
(2) ibidem
(3) Orizzonte Scuola, 24 settembre 2026
(4) Indicazioni Nazionali per Il Curricolo 2025
(5) De Luca, “Dal “cinque per classe” al 30%: come è cambiata la scuola italiana degli alunni con cittadinanza non italiana (CNI)”ANDISblog, Settembre 2026