novembre 3

Che cos’è un classico? Spunti per una ri/lettura di “Cinque chiavi per il futuro”

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Spunti per una ri/lettura di “Cinque chiavi per il futuro”
di Rossella De Luca

“D’un classico”, sosteneva Calvino, “ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”. Un classico è, infatti, “un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, un testo che travalica il tempo in cui è stato scritto per approdare, con il passare del tempo, a nuove dimensioni, a nuove chiavi di lettura, magari persino a intenzioni diverse da quelle dello stesso autore, quasi in una sorta di eterogenesi dei fini, di conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali.

Rileggere nell’ultimo mese il saggio “Cinque chiavi per il futuro” dello psicologo statunitense Howard Gardner, a tutti noto come padre delle “intelligenze multiple”, riconsiderare – solo una decina di anni dopo la stesura – un testo del 2007 alla luce degli eventi traumatici che a livello globale stiamo vivendo, eventi che stanno determinando cambiamenti rapidissimi nella percezione dell’esistenza di ciascuno di noi, ha riproposto quasi plasticamente l’idea del “classico” alla mia sensibilità di lettrice desiderosa di proiettarsi oltre l’hic et nunc del COVID-19.

Nel selezionare tra le molte intelligenze quelle che dovrebbero essere sviluppate in futuro, non per sopravvivere “divisi” nel proprio orticello, ma per affrontare su scala globale “quello che si aspetta, ma anche quello che è impossibile prevedere”, secondo H. Gardner è fondamentale coltivare cinque “intelligenze” o meglio ancora “mentalità”, per non restare in balia di forze imprevedibili e incontrollabili, perché “è meglio porsi un traguardo superiore alla propria portata che puntare troppo in basso e porsi spontaneamente dei limiti”.

Ma quali sono queste “cinque chiavi per il futuro”?

1) l’intelligenza disciplinare, quella che impiega forme di pensiero associate alle principali discipline di studio e alle principali professioni, in un’ottica di applicazione diligente e di miglioramento continuo, avvicinandosi all’argomento in molti modi diversi e in contesti formali, non formali e informali, con inizio nella prima adolescenza e perfezionamento in tutto l’arco della vita, perché “il miglior modo di affrontare il sapere è considerarlo provvisorio” e una disciplina (che è cosa ben diversa da una materia di studio) “costituisce un modo peculiare di guardare il mondo” e anche di essere consapevolmente nel mondo: “un tempo”, scrive Gardner, “forse, dopo aver acquisito l’abilitazione all’esercizio della pratica, un professionista poteva riposare sugli allori per i trenta o i cinquanta anni successivi. Oggi non conosco professione – da quella del manager a quella del ministro – cui tale immagine possa essere ancora applicata”;

2) l’intelligenza sintetica, ossia un’intelligenza che sia in grado di identificare e isolare gli elementi essenziali da una massa di informazioni e di organizzare tali elementi in maniera comprensibile a sé e agli altri con approccio multiprospettico, in un periodo in cui le menti più promettenti conoscono sempre più cose in ambiti sempre più ristretti e il sapere si accumula molto più rapidamente (qualcosa che ha molto in comune con il cognitive load management e il computational thinking, due tra le Future work skills individuate dall’Institute for the Future for the University of Phoenix Research, ovvero la capacità di discriminare e filtrare le informazioni per importanza e di comprendere come ottimizzare il funzionamento cognitivo utilizzando una varietà di strumenti e tecniche, in un mondo ricco di flussi di informazioni in più formati e da più dispositivi che mette in evidenza il problema del sovraccarico cognitivo, ma anche di estrarre significato e concetti da grandi quantità di dati);

3) l’intelligenza creativa, una sorta di novel & adaptive thinking, ossia la capacità di pensare e trovare soluzioni e risposte utilizzando metodi non convenzionali, per porre nuove domande, per affrontare nuovi problemi con nuove soluzioni, che ponga l’importanza sul pensiero laterale, secondo la felice definizione di E. De Bono, un pensiero capace di “trovare ingegnose soluzioni a fastidiosi dilemmi “(“Fate nuovi errori!”, si direbbe). Solo una persona disposta a tentare e ritentare potrà realizzare conquiste innovative ma, mentre i bambini necessitano di pochi stimoli per assumere un atteggiamento creativo, è difficile conservare in un adulto tale propensione a cimentarsi in nuove sfide in cui si abbia una ragionevole speranza di successo. La soluzione viene da Freud: “Quando ero giovane, le idee venivano da me; ora che invecchio, devo andare a trovarle a metà strada”;

4) l’intelligenza rispettosa è quell’intelligenza che, “anziché ignorare le diversità o esserne infastiditi o cercare di annullarle attraverso l’amore o l’odio”, invita gli esseri umani ad accettarle e a imparare a convivere con ciò che è altro da sé, in modo simpatetico e costruttivo, e ad apprezzare chi appartiene ad altri schieramenti, gruppi, partiti. Si tratta essenzialmente di un atteggiamento culturale, di comprensione e collaborazione, che Gardner lega molto alla lettura di opere letterarie o allo studio scrupoloso della storia o dei sistemi politici, alla produzione artistica o all’analisi dell’attualità, rispetto da coltivare a scuola, nei luoghi di lavoro, nella società civile, mettendolo al primo posto nei rapporti umani e “sperando che gli altri ci restituiscano il favore”;

5) l’intelligenza etica è infine quell’intelligenza che riflette in maniera concettuale sulle caratteristiche essenziali del ruolo che un individuo ricopre in contesti sociali e lavorativi, agendo in maniera coerente e sforzandosi di diventare un “buon lavoratore” e un “buon cittadino”, cercando di preservare e trasmettere i valori di un ruolo o di una professione: un individuo che “riconosce le proprie responsabilità come membro della comunità, della regione, della nazione e del mondo e agisce a partire da quelle”. Questi tre diversi aspetti, ricorda Gardner, sono sintetizzati nell’aggettivo inglese good: un lavoro può essere buono in quanto pregevole, fatto bene; può essere buono nel senso di responsabile, in virtù delle implicazioni che ha per gli altri o più in generale per la comunità; può infine essere buono perché fa stare bene e in questo senso diventa ancora più ricco di significato. “Se l’educazione è preparazione alla vita”, ne fa risultare l’autore, “essa è in gran parte preparazione a una vita di lavoro”, ma di “buon lavoro”, in cui essere riconosciuti come membri di una professione significhi agire da professionisti, in cui un buon cittadino si interroga circa gli scopi che la sua comunità si prefigge e il modo migliore per raggiungere quegli scopi, in cui ci si confronta per scegliere il modo per stare nella comunità, in cui ci si chiede come fare per promuovere il senso civico tra gli altri membri della comunità, aspirazione che non dovrebbe essere incoraggiata tanto dal mondo del lavoro e delle professioni, quanto dalla società in generale.

Questa breve descrizione delle cinque intelligenze, ben lontana dal voler rappresentare una sintesi, vuol invece essere un invito alla lettura o anche alla rilettura di questo saggio, nella consapevolezza – drammaticamente vissuta in questo tempo – che molti connettivi della nostra società si stanno sfaldando e che le persone sono “restie a modificare le abitudini nelle quali sono state allevate e nelle quali si sentono a proprio agio”.

Sono queste resistenze e questi ostacoli a determinare da un lato conservatorismi, dall’altro facili entusiasmi, a generare su un versante rischi nascosti, su un altro senso di impotenza, ma “RISPETTO, DISCIPLINA, SINTESI ED ETICA” rappresenteranno sempre dei pilastri indispensabili per costruire altre forme di intelligenza.

E’ da queste considerazioni che i sistemi educativi potrebbero partire (o ripartire) per immaginare i cittadini del futuro, nella consapevolezza che però la scuola non può fare tutto il lavoro da sola: “l’onere dell’educazione”, scrive Gardner, “ deve essere condiviso dai genitori, dai vicini, dai mezzi di informazione tradizionali e digitali, dalla chiesa e dalle altre istituzioni comunitarie”, ma “quando una delle parti si sottrae, un’altra deve prendere il suo posto” e soprattutto, se una parte dà il cattivo esempio, le altre devono compensare. Purtroppo però, “benché la cosa sia assurda, in quei deplorevoli casi in cui nessuna delle parti si assume la sua parte di impegno, la responsabilità ricade quasi inevitabilmente sulla scuola”.

Ogni qualità di un individuo può essere messa a disposizione di qualsiasi fine, anche iniquo ed esecrabile ma, se nel frattempo avremo coltivato il rispetto e un indirizzo etico, l’uomo sarà in grado di far causa comune con i suoi simili per fronteggiare minacce immediate alla nostra sopravvivenza. In estrema sintesi, la sopravvivenza della nostra specie dipenderà molto dalla nostra capacità di “coltivare le potenzialità che distintamente le appartengono”.

Un indirizzo etico e il senso del rispetto potranno dunque essere, anche e soprattutto in questo nostro tempo, una buona base di ripartenza, una sfida per tutti coloro che lavorano con altre persone, un modo per affrontare e progettare un nuovo “vero viaggio, che non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

 

 

 


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Posted 3 novembre 2020 by admin in category articoli

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