novembre 3

Le reti. Alla ricerca di senso e fattibilità

retiLe reti. Alla ricerca di senso e fattibilità
di Antonio Valentino

I punti fermi nella Legge

La questione delle reti continua a riscaldare – pare – il mondo della scuola. Si tratta di passare dagli adempimenti formali (la costituzione delle reti) che dovrebbero essersi completati il 30 giugno  alle decisioni che dovrebbero rimettere in moto l’intera operazione su scala nazionale.  Ma difficoltà, interrogativi e dubbi (sulla natura delle reti e il carattere delle adesioni, sulla consistenza delle risorse e il modello di funzionamento) continuano ad accendere un dibattito che investe problematiche di vario tipo.

Proviamo a considerare i punti fermi teorici e operativi – della Legge di riforma e delle linee guida contenute nella Nota ministeriale del 7 giugno u.s. – per ricercare il senso dell’intera operazione delle Reti e verificarne la fattibilità.

In realtà,  il senso di tale operazione sembra ritrovarsi,  più che nella Legge, proprio nella citata Nota  Ministeriale, dove si esplicitano principi e modelli che caratterizzano l’impianto delle reti.

In principio ci sono gli ambiti , previsti nel comma 66 della nuova Legge.

Si tratta, come è ormai noto ai più, di articolazioni regionali – inferiori per ampiezza alla provincia o alla città metropolitana – costituiti dal MIUR e definiti , quanto all’ampiezza, dagli USR .

Sempre la Legge ci dice che tali ambiti  territoriali,  sono strutture in cui  è ripartito l’organico dell’autonomia e che dal 2016-17   la   mobilità territoriale   e professionale  del   personale   docente   opera   tra   gli   ambiti territoriali” (comma 74) e utilizza la modalità della cosiddetta “chiamata per competenze” affidata  alle scuole.

L’architettura istituzionale del sistema scuola si arricchisce quindi, con gli ambiti,  di un altro livello di intervento per gestire funzioni amministrative prima affidate agli UST (che operavano, come è arcinoto, sulla base delle diverse graduatorie).

Poi ci sono le reti di ambito del comma 70 – sempre della legge di riforma – che sono  promosse dall’USR e alle quali sono assegnate le finalità: a. di valorizzazione delle risorse professionali; b. di gestione  comune  di funzioni e di attività amministrative;  c. di realizzazione di progetti o di iniziative – didattiche, educative, sportive o  culturali di interesse territoriale –  da definire  sulla  base  di  accordi.

Da evidenziare che la funzione di questi accordi è di natura essenzialmente istruttoria: individuare criteri e modalità rispetto alle aree di intervento, ai piani  di formazione, alle risorse … (comma 71 – Quadro 1).

Dei passaggi dalla fase istruttoria alla fase realizzativa mancano tracce precise nella Legge, nella quale la preoccupazione principale, anche per la costituzione e per la vita delle reti, è  che non  ci siano oneri aggiuntivi per la finanza pubblica.  Per la serie: ve la cantate e ve la suonate. Forse non è proprio così, ma la ripetizione insistente del mantra, nei pochi commi dedicati alla questione, sembrano legittimare proprio questa lettura.

Gli accordi  di rete (Quadro 1)
Individuano:
  1. a) i criteri e le modalità
  • per l’utilizzo dei docenti nella rete, (…), anche   per insegnamenti  opzionali,  specialistici,
  • di assistenza e di integrazione  sociale  delle  persone  con  disabilità,
  • di coordinamento   e   di progettazione funzionali ai piani triennali dell’offerta formativa di più IS della rete;
  1. b) i piani di formazione del personale scolastico;
  2. c) le risorse da destinare alla rete per il  perseguimento  delle proprie finalità;
  3. d) le forme e le modalità per la trasparenza  e  la  pubblicità delle decisioni e dei rendiconti delle attività svolte.

 

Dalle reti di ambito alle reti di scopo. Le linee guida

E le reti di scopo? E il modello di funzionamento? E la collocazione delle reti di ambito dentro la governance territoriale del sistema scuola?

Le risposte a queste domande è possibile trovarle invece dentro la già citata Nota Ministeriale del 7 giugno u.s., che, oltre a ribadire alla lettera finalità e compiti delle reti di ambito contenute nella Legge, detta vere e proprie linee guida sull’intera operazione (la nota parla di “indicazioni”).

Di seguito, per punti, gli aspetti che più interessano:

  1. Si specifica che la rete di ambito non solo  svolge una funzione rappresentativa e di raccordo delle finalità comuni a tutte le scuole dell’ambito e assume le decisioni comuni che costituiscono la cornice entro cui si attuano le azioni della Rete di ambito e delle altre Reti di scopo; ma che competono ad essa le relazioni interistituzionali. Si afferma chiaramente che essa svolge  funzione di rappresentanza ed è interlocutrice anche in ambito istituzionale. Ed è in ragione di tale funzione che si dà una “forma organizzativa funzionale”.
  1. Si recupera il discorso sulle reti del Regolamento dell’Autonomia Scolastica (art. 7) e quindi la nozione delle reti di scopo che si costituiscono spontaneamente tra le scuole per il perseguimento di obiettivi che corrispondono alle priorità individuate per il territorio dell’ambito, e non solo.
  1. Si parla esplicitamente di “nuovo modello di governance” e nuovo modello organizzativo “capace di scegliere e di dialogare con tutti gli attori del proprio territorio, …”.
  1. Si prospetta una pianificazione pluriennale unitaria della rete di ambito, della cui realizzazione viene informata la Conferenza di servizi di cui al punto seguente.
  1. Quanto all’impianto organizzativo
  • si precisa, rispetto a quanto si legge nel testo legislativo, che organo di governo nel nuovo modello di governance è la Conferenza di servizi. La quale è formata da tutti i DS delle scuole dell’ambito e viene convocata, almeno due volte l’anno, dal dirigente scolastico preposto all’ istituzione scolastica capofila della rete di ambito;
  • si recupera – anche per le reti di scopo – l’idea della scuola capofila, prevista per ciascuna delle aree progettuali individuate, e se ne ridefinisce il ruolo e la modalità di individuazione.
  1. Rispetto infine alle funzioni amministrative:
  • si parla di “nuove forme di collaborazione tra scuole anche sul piano amministrativo, tese ad una razionalizzazione e miglioramento della qualità del lavoro e dei servizi resi …”;
  • ma si ribadisce anche – fingendo di ignorare la situazione delle nostre scuole – la possibilità che la rete di ambito si faccia carico, avendone le competenze,  di funzioni amministrative ora generalmente a carico degli UST, come l’istruttoria  sugli   atti relativi: a cessazioni dal servizio, a pratiche in materia di contributi e pensioni, a progressioni e ricostruzioni di carriera, a trattamento  di fine rapporto del personale della

La nota sul PNF

Resta ancora da richiamare, prima di prendere in considerazione problemi, dubbi e difficoltà, la Nota ministeriale del Piano Nazionale di Formazione del 15 settembre u. s.. che può forse essere  letta come orientamento ministeriale a  muoversi secondo le indicazioni delle Linee Guida di giugno e quindi a considerare le Reti di ambito come organi istituzionali di riferimento  per la governance territoriale. Essa infatti stabilisce che

  • I finanziamenti per la formazione vengono erogati per il 60% alle scuole, tramite le loro reti di ambito;
  • In ogni ambito viene individuata una scuola-polo per la formazione;
  • La programmazione territoriale della Conferenza di servizi definisce l’impiego delle risorse, per ampliare le opportunità formative a disposizione dei docenti.

I punti in discussione

Va subito detto che le intenzioni  dell’Amministrazione (più che del  legislatore), se fossero tradotte in una strategia adeguata e in un percorso attuativo attento e tenace,  probabilmente prefigurerebbero un  cambiamento tra i più promettenti della nostra scuola.    Esse ipotizzano infatti:

  • una maggiore valorizzazione delle risorse professionali all’intermo delle reti di scopo (anche recuperando risorse orarie attraverso l’organico potenziato), mettendo a frutto esperienze e competenze professionali in team di progettazione e cura nella realizzazione di iniziative di rete,
  • la messa in comune di esperienze, competenze e professionalità e di laboratori didattici ecc., in una logica collaborativa e solidale
  • passi in direzione di un’idea di scuola non più vista come monade; ma anche – e conseguentemente – di una cultura professionale non più chiusa in pratiche individualistiche e separate, ancora prevalenti nelle nostre scuole (il nodo più intricato e duro e che più pesa, credo);
  • un utile avvicinamento della DSR ai bisogni e alle attese delle scuole (che attraverso le reti diventano interlocutrici degli USR) attraverso un nuovo modello di governance i cui le scuole con il loro bisogni abbiano voce in capitolo.

Che dire? Si tratta chiaramente, se capisco bene, di un cambio di passo; quasi un cambio di pelle, possibile solo in tempi non brevi.

  Ovviamente molto dipende, quanto  alla consapevolezza della posta in gioco e alle aspettative  che la Nota ministeriale indica, da quanto si voglia realmente investire in tale operazione. Per esempio, dando al disegno promettente che sulle reti fa la Nota di giugno un fondamento  giuridicamente più solido (una Nota ministeriale che valore ha?). Che dire poi della clausola già richiamata, “senza  nuovi   o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”?

E molto dipende  anche da come verranno sciolti dubbi e problemi che riguardano ad esempio

  • l’autonomia delle scuole e Il ruolo in esse degli OOCC
  • le ricadute sui profili degli operatori scolastici e sulla stessa organizzazione del lavoro
  • Il possibile trasferimento alle scuole di funzioni amministrative, organizzative, contabili, proprie degli UST,  e le sue implicazioni
  • i rapporti con gli Uffici Scolastici Territoriali (UST), e con gli Enti locali.

A  questo punto è d’obbligo l’interrogativo: ma è possibile pensare alle ricadute sui profili o a trasferimenti alle scuole di funzioni amministrative,  senza prevedere una contrattazione sindacale?

Farsi carico della situazione dentro le scuole: la prima delle condizioni per una partenza promettente.

Ma soprattutto – e in primo luogo – dipende  dalla capacità dell’Amministrazione e dalle Organizzazione che, con funzioni diverse, rappresentano i lavoratori della scuola,  di guardare a questa sfida con molto realismo (che non è sinonimo di diffidenza) e con molta attenzione alla situazione che le scuole e, all’interno di esse, i DS vivono. E, ovviamente, col “pensiero lungo”.

L’anno che ci si è lasciati alle spalle ha prodotto ferite non rimarginate, un livello di stress che sta condizionando anche l’inizio di quest’anno scolastico, e  anche un disamore diffuso nei confronti di cambiamenti che si fa difficoltà a capire.

Colpa certamente di una gestione confusa e pressappochistica dei processi innovativi previsti e, prima ancora , di una legge scritta con i piedi (anche i commi sulle reti sono  spia di una operazione a cui non mancano idee interessanti , tradotte però con una sintassi che rende difficile coglierne il senso).

È perciò dalla fotografia della situazione attuale delle scuole – e dal livello di disorientamento  che le attraversa – che dovremmo partire per individuare la strategia giusta e quindi una corretta temporizzazione dell’intero processo innovativo .

Passaggi

  1. In primo luogo bisognerebbe attrezzarsi per trovare risposte chiare ai dubbi e agli interrogativi – tra quelli prima richiamati – che più preoccupano.

È un passaggio fondamentale, penso; richiede cura e disponibilità a capire,da parte del ministero, che la partita che si sta giocando richiede il concorso di soggetti che finora si è inteso emarginare. E che se questo non c’è, la partita è difficile portarla a temine con  risultati apprezzabili.

  1. Il passaggio successivo è promuovere consapevolezza – argomentando e aprendosi ad contradditorio costruttivo – del carattere progressivo dell’operazione e della sua fattibilità, con gli strumenti e le garanzie giusti e in tempi distesi .

Ci troviamo di fronte ad un cambiamento di paradigma; a innovazioni  che ipotizzano un ridisegno del l’assetto organizzativo del sistema scuola sul territorio, oltre che il tentativo di cambiare pelle alla cultura professionale di docenti e DS. Se la gente non capisce a cosa serve e quali sono i vantaggi che possono derivarne nel modo di fare scuola e nei risultati  per sé e per i ragazzi che ci vanno, allora tutto diventa molto complicato.

  1. Rendersi i percorsi i più facili possibili, evitando di lasciarsi coinvolgere in operazioni di carattere amministrativo troppo complesse che creerebbero soltanto problemi . Un no netto, quindi, dovrebbe essere opposto ad atti, anche solo di natura istruttoria, che riguardano costruzione di carriera et similia.

È difficile inoltre pensare di costruire già da quest’anno  un piano triennale delle reti di ambito.

Questo dovrebbe essere probabilmente  l ’anno

  • del chiarirsi le idee e delle esplorazioni e intese tra le scuole;
  • della messa a punto di accordi da costruire con pazienza e tenacia e della costruzione di una cabina di regia dell’intera operazione;
  • della individuazione delle collaborazioni possibili e della valorizzazione di esperienze pregresse al riguardo;
  • dei primi comuni obiettivi su cui fare rete e soprattutto della messa in campo di azioni concrete e visibili di formazione di vario tipo, che veda protagonisti, nel lavoro di progettazione e nell’impegno di realizzazione gli insegnanti più disponibili e attrezzati del territorio.
  1. Darsi una struttura solida; che concretamente e prioritariamente potrebbe significare, per quanto riguarda organi e risorse professionali:

la Conferenza di servizi - anche diversamente articolata – come luogo delle scelte e decisioni sulla base di un preliminare  lavoro istruttorio;

una attrezzata – e numericamente molto contenuta – cabina di regia, soprattutto di dirigenti, ma non solo;

più team di progettazione  e di coordinamento, costituti prevalentemente da docenti (per i quali prevedere, come già si accennava, spazi orari dedicati) per le iniziative a cui si pensa di dare gambe quest’anno;

scuole polo per gestione dei percorsi di formazione, ma anche di iniziative di altro genere;

personale tecnico  per supportare amministrativamente quello che si fa.

È forse questa la condizione a cui dedicare più energie e tempo.  Che a sua volta richiede che si possa  contare su  DS, docenti  e personale tecnico che dedichino all’impresa una parte non residuale di tempo, energia e intelligenza. Non può cioè trattarsi, per chi è impegnato in questa operazione, di  un dopo lavoro. E vanno quindi trovati meccanismi opportuni al riguardo.

 

Detto tutto questo, bisognerebbe ora fare un bel bagno nell’ottimismo della volontà. O nel pessimismo della ragione? Urge Referendum.


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Posted 3 novembre 2016 by admin in category articoli

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