marzo 11

Il Piano Formazione nell’area metropolitana milanese. Che dire?

formazione2Il Piano Formazione nell’area metropolitana milanese. Che dire?
di Antonio Valentino

 La preoccupazione assente

Non si può far fallire anche questa opportunità che si offre con il Piano Nazionale per la Formazione in servizio (PNF).

Però, per come si stanno mettendo le cose in non poche realtà, non è facile prevedere esiti che migliorino la situazione. Dove migliorare significa creare un clima interno alle scuole che offra elementi e stimoli per cercare di “riconciliare” gli insegnanti con la formazione. Sembra questo, nell’attuale fase, l’obiettivo strategico; essendo la formazione, soprattutto per chi lavora nella scuola, un po’ come l’acqua per i pesci.

Qui, al riguardo, si vuole fare focus – come si dice – sulla situazione che si è venuta a creare nell’area metropolitana milanese – che comprende ben 6 ambiti (intorno alle 360 scuole) –; situazione che risulta, sulla base di dati e segnalazioni raccolti,  di non trascurabile difficoltà, per i  dissapori e il malessere che si sono venuti a creare.

Dissapori e malessere, avvertiti già dai primi passi (le modalità di rilevazione di bisogni e attese) e cresciuti con la gestione dei processi successivi, riguardanti la definizione dell’offerta complessiva (il “Catalogo”) e la previsione dei progetti di formazione e la loro realizzazione.

Tutto questo ha appesantito ulteriormente il clima di disorientamento e sfiducia che si respira nelle nostre scuole (e non solo).

Sotto accusa è soprattutto il taglio dirigistico che ha caratterizzato finora la gestione dell’intera operazione e che si è concretizzato nella scarsa apertura di alcune  Scuole Polo (per fortuna non tutte) a contributi di altri Istituti e dei loro dirigenti. E ciò a motivo di una prevalente gestione leaderistica – come è stato detto da alcuni DS – che ha impedito, in occasioni spesso importanti, la diversificazione delle posizioni, anche a fronte di evidenti specificità degli Ambiti.

Ma dissapori e contrarietà riguardano anche la proposta complessiva di formazione, le direzioni di marcia e il loro segno, ma soprattutto il loro senso.

In queste settimane si sta procedendo, da parte delle Scuole Polo, nella progettazione delle varie proposte formative, nella scelta dei formatori e nella assegnazione dei corsi alle scuole; che sono operazioni per molti versi fondamentali dell’intero processo. Cosa aspettarsi?

L’area metropolitana milanese: le scelte, l’approccio, le proposte

Riassumo qui una serie informazioni su aspetti fondamentali dell’operazione messa in campo, ma anche interrogativi e problemi, per meglio collocarsi rispetto alle questioni più problematiche ancora aperte.

  1. Temi/ argomenti dei corsi

A metà febbraio è stato reso noto il “Catalogo” dell’offerta dei 6 Ambiti dell’Area Metropolitana. Si tratta di un documento ponderoso, preceduto da rilevazioni su tutte le scuole dei sei Ambiti, che prevede, per ciascun corso, oltre al titolo, un abstract (sostanzialmente, un insieme di parole chiave riconducibili all’area tematica del titolo), lista degli obiettivi, destinatari, metodologia, durata. Il “Catalogo” comprende 40 titoli – aggregati, con molta buona volontà e un più di fantasia, in capitoli distinti, intestati ciascuno a una delle nove tematiche prioritarie del PNF per il triennio 2016-2019. I corsi complessivi da attivare si stima possano aggirarsi intorno ai 100 per i sei ambiti.

Non pochi DS hanno parlato, a proposito dell’offerta programmata (il Catalogo, appunto), di una sorta di supermercato dove ognuno prende quello che vuole, a prescindere. Considerazione difficilmente contestabile.

  1. Il format dei corsi

La struttura scelta per i corsi prevede – sulla falsa riga di quanto è avvenuto un po’ dovunque – Unità formative di 25 ore. E questo, anche se nelle linee guida del PNF non si parla di monte ore, né si definiscono articolazioni interne vincolanti.

Invece qui si prospetta un format con caratteristiche ben definite:

  • 3 ore di formazione frontale in presenza: che possono essere poche quando si tratta di introdurre o sviluppare temi impegnativi e/o innovativi, con cui è possibile che la maggior parte dei docenti non abbia familiarità.
  • 6 ore in presenza, per attività laboratoriali. A fronte della pluralità delle articolazione dei temi proposti (vedi l’abstract dei singoli corsi – con numerose parole chiave o articolazioni del tema), non si capisce quali aspettative concrete si possano ipotizzare.
  • 13 ore di approfondimento individuale, su cui finora non si hanno ancora indicazioni precise. Computer based? Come saranno valutate?
  • 3 ore di restituzione: un incontro in presenza con il formatore o la formatrice del primo incontro (o dei primi 3 incontri?) che, si presume, dovrà fornire indicazioni sulla possibile ricaduta del percorso nella singola scuola.

L’interrogativo a questo punto è: non c’è il rischio che questa scelta si riveli una gabbia rigida, non in grado di intercettare bisogni e aspettative e permettere approcci opportunamente diversificati, in base alle diverse situazioni delle scuole?

  1. Sedi

Al momento della raccolta delle iscrizioni ai corsi, non sono ancora definite. Anche questo aspetto costituisce un deterrente: non avere certezze sul luogo di svolgimento degli incontri non facilita la motivazione.

  1. Formatori

È il punto di maggiore criticità. Chi saranno? Quali competenze dovranno possedere? Esperti della diverse aree tematiche? Metodologi? Tutor? Dovrebbe essere la Scuola Polo di ciascun ambito a predisporre i bandi per la scelta. Chi farà parte della commissione incaricata di scegliere i formatori?

Avranno un ruolo le strutture di coordinamento d’ambito? E i DS?

  1. Tempi

 Le iscrizioni ai corsi devono essersi concluse in questi giorni.  Ben che vada i corsi inizieranno a fine marzo (a procedere ovviamente con la sesta inserita e col piede sull’acceleratore) e dovranno concludersi entro maggio, perché poi gli insegnanti delle secondarie in giugno e per le prime settimane di luglio hanno altro per la testa. Come conciliare tempi così stretti con la struttura ipotizzata per i corsi, soprattutto con le 13 ore di approfondimento personale? Sembra che al riguardo si aprano degli spiragli. Si è in attesa.

Occorre qui considerare la situazione conflittuale che si è creata in molti collegi a proposito dell’obbligatorietà dei corsi.

  1. La questione “Finanziamenti”

La logica della rete va benissimo.  Ma – è stato anche sottolineato da più parti – andava prevista la possibilità per le singole scuole di accedere a una quota di finanziamenti per particolari esigenze formative, se sono espressione di bisogni che il collegio (o una parte di esso) ha avvertito magari come conseguenza, ad esempio, di particolari lavori /ricerche intraprese in coerenza con il Piano di Miglioramento e/o il PTOF. Il problema è stato sollevato da alcuni presidi delle Scuole Polo e dalle varie strutture di coordinamento d’ambito. Argomento tabu per l’USR.

 

Le criticità

Possono essere così raggruppate e sintetizzate:

  • Le scuole sono presenti nel Piano essenzialmente come fruitori di una offerta: sulla quale sono state ovviamente sentite, ma rispetto alla quale non hanno avuto, sostanzialmente, voce in capitolo.

Domanda: dove è finita l’autonomia didattica e organizzativa che viene indicata come la prima delle nove priorità nel PNF di questo triennio?

Nessuno ignora i problemi che hanno molte scuole a sviluppare cultura organizzativa e professionale sui temi della formazione e non solo.

Era però sembrato di capire che il senso e l’obiettivi della nuova formazione, prefigurata nel PNF, doveva anche innescare processi di responsabilizzazione e di più autentica autonomia progettuale e organizzativa delle scuole.

  • Il ruolo dei DS delle scuole dei vari ambiti, in questa partita, appare quasi insignificante; sostanzialmente: trasmettitore di informazioni e decisioni maturate altrove e anche un po’ “controllore controllato”. Eppure dovrebbe essere la risorsa più importante per motivare gli insegnanti più dubbiosi o ostili e puntare a riconciliarli con il senso e il valore della formazione, ma su un progetto partecipato.
  • Del modello di scuola come comunità professionale – di cui pure si parla nelle linee guida del PNF – che valorizza le esperienze professionali dei docenti, neanche l’ombra. Così come l’aggancio con il RAV e i PdM che hanno impegnato le scuole negli ultimi due anni e rispetto ai quali la formazione doveva fornire idee e gambe per camminare.
  • Nel passaggio dalle linee guida del PNF – che prevedono il coinvolgimento delle scuole degli ambiti attraverso i loro DS (e non solo) – alla pianificazione centralizzata delle attività, si registra uno iato consistente. La percezione che hanno avuto tanti DS è stata spesso quella di uno scavalcamento, da parte di alcune scuole polo (la maggioranza?) dell’Area metropolitana, che ha di fatto inibito l’azione autonoma degli Ambiti, anziché promuoverla fornendo consulenza. La costituzione di un unico Catalogo provinciale è un po’ il risultato finale di questa operazione.
  • I tempi incongrui per la realizzazione dei corsi, oltre all’assoluta sottovalutazione della situazione di disorientamento che regna nelle scuole anche per la gestione dei vari passaggi del processo, sono tra i punti più problematici dell’intera operazione. “Ancora una volta, il conflitto tra pressione politica a fare presto cose molto visibili e inerzia culturale e operativa dell’apparato burocratico finisce con lo bruciare le scelte forti della 107”: è il giudizio sconsolato di un DS.

Tre proposte per l’immediato

Rinviando alla rendicontazione finale dell’intera operazione una riflessione serrata su questo modo di fare formazione, sulle tendenze che continuano a prevalere e dei guasti che ne derivano,  la domanda che ci si pone adesso è essenzialmente la seguente: nella situazione data – anche con l’obiettivo di rendere possibile una progettazione dell’offerta formativa  e una scelta dei formatori condivise dai gruppi di supporto delle sei Scuole Polo – sono possibili proposte che possano ancora introdurre elementi che aiutino a recuperare la situazione? E a cosa tali proposte dovrebbero essere soprattutto attente?

Penso che una possibile risposta dovrebbe contenere direzioni di lavoro su cui possa essere facile convenire, a motivo della loro urgenza e del loro senso.

 

Occorrerebbe, per esempio, in primis, dilatare i tempi fino a metà dicembre, distribuendo i corsi con modalità più distese. E ciò allo scopo di favorire

  • una progettazione più accurata e meno rigida e piattamente uniforme dei percorsi e del modello di UF,
  • una scelta più mirata dei formatori
  • la valorizzazione delle risorse professionali interne alle scuole.

Si faciliterebbe inoltre, probabilmente, una partecipazione docente meno ‘obbligata’ e più responsabile, che allo stato attuale corre il serio rischio di essere vissuta solo come una perdita di tempo.

Una seconda proposta, più operativa, dovrebbe riguardare la gestione delle 13 ore previste per l’UF (accogliendo pertanto provvisoriamente il format delle 25 ore).

Questi potrebbero essere i termini: “Utilizzare questo tempo per condividere/ lavorare /ricercare/sperimentare/  dentro le singole scuole, ipotizzando che da ogni scuola sia un gruppo di docenti, e non un singolo, a iscriversi a uno stesso corso. Il modello di riferimento è quello dell’autoformazione interna, unica dimensione in grado di produrre cambiamenti significativi nelle pratiche professionali. Ci vorrebbero però delle intese dentro le scuole, che possono maturare solo in un clima motivante. (Clara Alemani)

 Una terza, ma forse la prima per il suo significato, potrebbe essere quella di evitare scontri sulla obbligatorietà della formazione, essendo ancora vigente la norma contrattuale che non la prevede. Si potrebbero invece pensare – almeno per quest’anno – a dispositivi che spingano alla partecipazione e accrescano il livello di motivazione. Per esempio utilizzando i fondi per la valorizzazione del merito per riconoscere l’impegno dimostrato nella partecipazione ai corsi ed eventualmente nella ricaduta degli stessi sull’azione didattica (per quanto molto, molto ipotetica, visti i tempi). È evidente che un passaggio di questo tipo richiede un input non ostativo da parte dell’Amministrazione centrale

Questo nell’immediato.

In prospettiva

In prospettiva, va ovviamente ripresa e definita una proposta di lavoro, che potrebbe rappresentare una ipotesi promettente per risolvere il problema alle radici: legare la formazione ad un sistema di crediti – intrecciati – e portfolio, e quindi a progressione stipendiale e sviluppo di carriera (scatti triennali e crediti didattici, formativi e professionali).

La consapevolezza da promuovere in questa fase è, comunque, chiarire e condividere un’idea e un modello operativo che favorisca una formazione sul campo: ovviamente progettata, curata e articolata nelle diverse unità operative delle scuole (Cdc, dipartimenti, gruppi di progetto…).

Le linee guida del PNF offrono al riguardo indicazioni utili.

Si tratta però di centrare questo obiettivo con meno giri di parole e dispersive digressioni. Abbandonando in primo luogo – a partire dall’Amministrazione Centrale – una linea operativa dirigistica e centralistica, che continua a pesare e a condizionare negativamente tutti gli altri livelli del sistema.


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Posted 11 marzo 2017 by admin in category articoli

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