febbraio 22

Fermare il declino dell’Istruzione Professionale

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di Domenico Ciccone

I dati sconcertanti delle iscrizioni 2020-21

Secondo i dati elaborati dal Ministero dell’Istruzione, i Licei si confermano in testa alle preferenze nelle iscrizioni per il prossimo anno scolastico. Il 56,3% delle domande presentate per le classi prime della Secondaria di II grado ha riguardato, infatti, un indirizzo liceale. Un dato in crescita rispetto al 55,4% dell’anno scorso. Gli Istituti tecnici passano al 30,8% dal 31% del 2019/2020. Calano ulteriormente i Professionali, dal 13,6% al 12,9%.

I dati solo molto più eloquenti se letti in un’ottica regionale:

Il Lazio si conferma ancora la regione con il maggior numero di iscritti agli indirizzi liceali (68,9%).

Seguono Abruzzo (62%), Campania (61%), Umbria (60,4%), Molise e Sardegna (entrambe al 60%). La minore percentuale di iscritti ai Licei è in Veneto ed Emilia-Romagna (entrambe al 47,4%). Il Veneto è la regione con il più alto interesse per gli Istituti tecnici (38,7%). Seguono Emilia-Romagna (37,2%) e Friuli Venezia-Giulia (37%). La più alta percentuale di iscritti ai Professionali è in Emilia-Romagna (15,5%), seguita da Basilicata (15%) e, a pari merito, Toscana e Campania (14,5%).

Partendo dal principio che le scelte delle famiglie e degli studenti siano oculate e coerenti con le aspettative ma anche con un’analisi delle prospettive occupazionali future, tali opzioni disegnano un modello di società in divenire, nella quale, in alcune zone del nostro paese, saranno concentrati distretti di produzione tecnologica, industriale, artigianale e digitale, mentre in altre aree saranno privilegiate le professioni del settore terziario, fatte salve le trasformazioni sociali e gli spostamenti interni della popolazione italiana, che si verificano con regolarità ciclica da qualche decennio.

Fattori multipli per una “crisi” che viene da lontano

Anche se non è corretto dal punto di vista logico, conviene analizzare brevemente i pregiudizi che ricorrono sull’ Istruzione Professionale che, talvolta, è intesa come destino scolastico degli studenti meno dotati sul piano della socializzazione e dell’apprendimento. Non poca parte dei docenti che si occupa di orientamento ritiene, infatti, che l’Istruzione Professionale sia il luogo verso il quale indirizzare gli studenti con difficoltà di apprendimento, di socializzazione e, sempre più spesso, gli studenti BES – N, quelli con Bisogni Educativi Speciali – Negati, che loro malgrado hanno costruito, negli anni difficili della scuola del primo ciclo, deficit cumulativi quasi incolmabili.

Altro pregiudizio è quello che ritiene leggibili, nella scuola, le stratificazioni della società. Per i benestanti o aspiranti tali, meglio il Liceo e le sue varie declinazioni; per il commercio e l’industria va bene l’istituto Tecnico mentre l’Istruzione Professionale è proprio fatta apposta per il resto della popolazione, quella fuori controllo. Una scuola per chi desidera intraprendere lavori dove conta la manualità rappresenta un pregiudizio ancora diffuso, sicuramente percepito come una deminutio dell’Istruzione professionale, salvo poi ritenere che la stessa manualità sia una dote irrinunciabile per un chirurgo.

La riforma dei Professionali: un disegno da rilanciare

Riprendendo il filo logico del discorso, quello che si basa sulle evidenze, possiamo analizzare brevemente il modello che emerge dalla recente riforma che, sebbene animato dalle migliori intenzioni, aveva già dato a molti la sensazione che non tutto sarebbe andato per il meglio.

L’assetto della nuova Istruzione Professionale, disegnato dal D.lgs. 61/2017 con il regolamento D.M. 92/2018 e le recenti Linee guida pubblicate il 23 agosto 2019 (DM 766), aveva già destato qualche perplessità. Se da un lato sono state valorizzate ed arricchite le sue peculiarità (attività di laboratorio, modelli induttivi di apprendimento, rapporto scuola – azienda fin dal secondo anno e personalizzazione dell’insegnamento), l’Istruzione Professionale continua a soffrire di una profonda crisi di identità che si mitiga soltanto nel caso dell’indirizzo Enogastronomia e ospitalità alberghiera, facilmente riconosciuto e distinto dall’utenza. Infatti, nonostante lo sforzo del legislatore, teso a ridurre o annullare le sovrapposizioni tra Istruzione tecnica e Professionale, nella percezione degli utenti, i due diversi ordinamenti non vengono distinti adeguatamente e, non di rado, nel corso del primo biennio di frequenza si rilevano richieste di ri-orientamento e ri-collocamento scolastico, tra istruzione tecnica e professionale e viceversa, che sono dovute a scelte impacciate in fase di iscrizione. Occorrerebbe, in questo senso, una profonda e capillare informazione all’utenza che le scuole, fino ad oggi, non riescono a sostenere.

L’Istruzione professionale andrebbe promossa con una vera e propria campagna nazionale di sensibilizzazione verso i suoi modelli organizzativi e didattici, fortemente innovativi nelle intenzioni ma carenti nei risultati in termini di iscrizioni.

Formazione in servizio e nuovi impegni per i docenti

Peraltro, una riforma così corposa ed invasiva, come quella introdotta dal D. L.gs. 61/2017, è stata applicata senza un benché minimo piano di formazione del personale docente organizzato come azione nazionale, abdicando la funzione a favore delle scuole capofila delle reti nazionali che, sebbene animate da intenti notevoli, non hanno potuto sopperire a bisogni formativi di così vasta portata.

Infatti, anche i sindacati dei docenti hanno sottolineato lo spessore di cambiamenti dal loro punto di vista, dimostrando che, nell’Istruzione Professionale della riforma, aumentano notevolmente i carichi di lavoro e di formazione in servizio degli insegnanti, proprio per adempiere ai consistenti processi innovativi:

a) personalizzazione degli apprendimenti, elaborazione del Progetto Formativo Individuale e organizzazione del sistema tutoriale per sostenere le studentesse e gli studenti nel loro percorso formativo;

b) pianificazione della didattica attraverso l’aggregazione delle attività e degli insegnamenti all’interno degli Assi culturali e la costruzione di modelli di Unità di Apprendimento (UdA);

c) modalità di progettazione dell’offerta formativa in raccordo con il territorio, per la declinazione degli indirizzi di studio in percorsi formativi richiesti dal mondo del lavoro e delle professioni e coerenti con le priorità indicate dalle Regioni nella propria programmazione.

Occorre agire puntando sull’innovazione

Lo scenario nel quale si dipanano queste novità si presenta complesso ed articolato al punto da apparire di difficile interpretazione.

Questa diversa visione dell’Istruzione professionale è rappresentata efficacemente da un nuovo paradigma identitario, che la connota in una duplice dimensione finora mai considerata: le nuove caratteristiche dell’utenza e l’evoluzione della domanda del mercato del lavoro.

L’istruzione professionale che propone il modello delle “scuole territoriali dell’innovazione, aperte e concepite come laboratori di ricerca, sperimentazione ed innovazione didattica”, in un rapporto continuo con il mondo del lavoro, deve necessariamente modulare gli indirizzi di studio in specifici percorsi formativi richiesti dal territorio e coerenti con le priorità indicate dalle Regioni. Questa azione deve avere forte evidenza a livello pubblico e sarebbe opportuno l’utilizzo del modello consolidato che, in particolari territori d’Italia (Emilia-Romagna per istruzione professionale Alberghiera e Meccanica – tecnologica, Veneto per Alberghiero e Ottico, Toscana per Tessile e Agrario) solo per citare alcuni esempi, si regge sulla condizione felice per l’Istruzione Professionale di qualità, di essere diventata vero e proprio patrimonio pubblico e risorsa civile da salvaguardare.

Sono processi lunghi e laboriosi, che devono incidere sulla natura delle relazioni tra l’Istruzione Professionale e il territorio di riferimento.

Rinsaldare la progettazione didattica ed il partenariato con il territorio

Nei prossimi mesi occorrerà valorizzare alcuni strumenti rafforzati dalla recente riforma che possono dare un notevole impulso all’immagine ed alla funzione di un Istituto Professionale nel proprio contesto:

• Il Comitato Tecnico-Scientifico (CTS) che riveste un ruolo fondamentale per realizzare collaborazioni tra scuola e mondo del lavoro

• I Dipartimenti intesi come il luogo di confronto tra docenti nella programmazione didattica, alla scelta dei libri di testo, ai sussidi didattici, nel rispetto della libertà di insegnamento.

• i Partenariati Territoriali che assumono l’aspetto di un nuovo patto sociale, culturale, economico e politico rappresentativo della situazione dinamica di interazione a livello locale, nazionale e internazionale con una molteplicità di soggetti per l’arricchimento dell’offerta formativa.

Il dialogo interno ed esterno alla scuola sarà il possibile modello di riferimento per la rinascita dell’Istruzione Professionale e dovrà, a modesto parere dello scrivente, essere caratterizzato dal legame con il territorio.

Accogliere nel CTS anche i rappresentanti dell’economia viva e dell’impresa funzionante, che si accompagnino alla presenza del docente universitario di spessore, per fare in modo che la Nuova Istruzione Professionale rinasca dall’unica dimensione che le appartiene profondamente, quella del territorio di riferimento, inteso come volano di ogni cambiamento che abbia significato e continuità.


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Posted 22 febbraio 2020 by admin in category articoli

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