settembre 19

Dress Code: in classe con classe

dress-codeDress Code: in classe con classe
di Rossella De Luca

 È noto che la scuola ha avuto, ha e presumibilmente – purtroppo – avrà problemi più seri di cui occuparsi (COVID a parte, ma questo è un altro discorso), eppure qualcosa significherà il fatto che ogni anno, complice l’afa estiva, si verifichino episodi legati alla “libertà di espressione” intesa quale libertà di indossare ciò che più piace a prescindere dai contesti.

Sono degli ultimi giorni gli episodi verificatisi in un liceo romano (dove all’invito di una docente a qualche studentessa di indossare abiti meno succinti, le allieve hanno risposto organizzando “la rivolta delle minigonne”, protesta che ha dato avvio ad un’indagine del Ministero tramite l’Ufficio scolastico regionale del Lazio), così come in Francia (dove la protesta, partita dal liceo Borda di Boulogne-sur-Mer, si è allargata a molti istituti francesi in cui erano stati banditi crop top e gonne corte perché considerati provocanti, capi di abbigliamento che invece le studentesse hanno continuato ad indossare come forma di protesta, determinando l’intervento del ministro dell’Istruzione Rebecca Amsellem  che ha affermato “In troppi pensano ancora che una scollatura profonda danneggi l’ordine pubblico o che le idee femministe mettano in pericolo lo Stato”).

Storie, insomma, che si verificano in ogni parte del nostro variegato mondo.

Altrettanto spesso capita che solerti dirigenti scolastici producano circolari per ricordare le essenziali norme per contrastare la cattiva abitudine di molti allievi (e di qualche docente) di entrare in classe in tenuta poco consona all’ambiente scolastico.

Shorts, infradito, canotte, minigonne, complice il caldo che fino a ottobre accompagna le lezioni in buona parte del nostro Paese, cominciano a fare la propria comparsa con la ripresa delle lezioni e, con buona pace del buonismo che per anni ha contagiato il bel Paese, si registrano abitudini che poco hanno a che vedere con l’eleganza e il buon gusto e talora rasentano addirittura la sconvenienza. Certo non sarà l’abbigliamento a salvare la scuola o a determinare un’inversione di tendenza nel modo di concepire e vivere l’istituzione, dall’interno o dall’esterno, ma l’educazione passa anche attraverso questo aspetto, che denota attenzione e rispetto per sé e per gli altri: se è vero che noi siamo anche quello che sembriamo, la dimensione estetica della sfera pubblica, nell’era della comunicazione e dell’immagine, comunica e veicola messaggi importanti e forse può essere di aiuto nel fronteggiare un abbrutimento dei comportamenti e una deriva dei rapporti interpersonali che stanno assumendo dimensioni allarmanti.

A conferma che la forma è spesso anche sostanza (non solo nell’abbigliamento), mentre in passato gli inviti dei dirigenti scolastici hanno suscitato qualche consenso, ma più spesso hanno sollevato un polverone di critiche (con studenti che prima trasgredivano le istruzioni impartite, poi si atteggiavano a vittime, ostentando il timore di poter divenire oggetto di sanzioni disciplinari, perché la colpa deve sempre finire fuori dallo stretto e scomodo recinto della responsabilità personale), particolare successo ha riscosso qualche anno fa la comunicazione, permeata di senso dell’umorismo e garbata ironia, di una DS vicentina:

AGLI STUDENTI

A beneficio di tutti si ricorda che l’importanza del dress code non è avvertita come esigenza pressante solo al momento di entrare in discoteche, pub, club, feste private o affini ma anche – anzi, soprattutto – al momento di frequentare quel diverso (ed assai più importante) tipo di locali, anche noti come “locali scolastici”.

Ed infatti, chiunque debba, con più o meno piacere, condividere una considerevole parte del proprio tempo settimanale in questi ambienti comuni a tutti, è chiamato, per rispetto del luogo istituzionale e delle persone (voi studenti in primis) che ci lavorano, a rispettare un preciso dress code.

Si badi bene che non si tratta né di imporre uniformi, né di porre limiti alla creatività modaiola di alcuni, né, tantomeno, di impedire di esprimere le individualità di ciascuno mediante la scelta delle mises più originali, quanto, piuttosto, di continuare a svolgere – anche in questo caso – la primaria funzione della Scuola: educare. Educare, nello specifico, all’eleganza. Dal latino eligere (scegliere), l’eleganza è la capacità di scegliere, tra più alternative possibili, la sola adatta al caso concreto. Non a caso si tratta di un concetto estremamente affine a quello di etica.

Ed allora, così come un uomo in smoking, o una donna in abito da sera, non necessariamente saranno i più eleganti laddove l’occasione non richieda un abbigliamento del genere, nessuno di voi – rectius di noi – sarà elegante qualora dovesse vestirsi in maniera non consona al luogo/locale in cui si trova. Una Scuola, appunto.

A titolo meramente esemplificativo: a Scuola gli infradito non sono eleganti. In spiaggia, magari, sì.

A Scuola una minigonna non è elegante. In discoteca, magari, sì.

A Scuola, un pantalone corto non è elegante. E non lo è da nessun’altra parte.

A Scuola, far vedere le ascelle non è elegante. Dal dottore, magari, sì.

A Scuola, mostrare le proprie mutande mentre si cammina per i corridoi non è elegante. Se si dovesse diventare testimonial di qualcuno, magari, sì.

Da ultimo – certa di essere stata sufficientemente chiara sul comportamento che ognuno di noi sarà chiamato a tenere nel corso dei rimanenti giorni dell’anno scolastico che ci separano dalle giustamente desiderate vacanze – mi permetto di prevenire qualsiasi possibile istanza avente ad oggetto la pretesa percezione di temperature subsahariane che potrebbero, nell’ottica di qualcuno, fungere da giustificazione a scelte di abbigliamento più adatte ad una spiaggia che non ad una Scuola.

Abbiamo la fortuna di vivere in una zona del mondo beneficiata dal così detto clima temperato mediterraneo: senza entrare nello specifico, estati secche ed inverni miti. C’è di peggio.

Qualora doveste mai frequentare scuole situate in zone di clima equatoriale, ne potremo riparlare. Al momento, no

Saluti “calorosi”.

Firmato:

Il Dirigente Scolastico XY

Una ventata di freschezza, questa circolare della DS vicentina, sull’importanza del modo di vestire in ambiente scolastico. Si comprende chiaramente come non si tratti di voler essere anacronistici o reazionari: non bisogna confondere lo stile con l’autoritarismo e soprattutto si deve essere consapevoli che l’educazione passa per vari canali e tra questi anche quello dell’abbigliamento, segno – come si diceva – di rispetto per se stessi e per gli altri, ma anche verso l’istituzione.

Oggi che “la vita bassa” sembra essere diventata metafora dei nostri tempi e della condizione umana, sempre più spesso i regolamenti di istituto devono ricordare agli alunni di tenere un comportamento corretto e un abbigliamento decoroso, “necessari anche all’affermazione del dialogo educativo tra le componenti scolastiche, nel rispetto dei reciproci ruoli e compiti”.

Non si tratta (per carità!) di rimpiangere i tempi in cui si indossava la divisa, ma nemmeno si può passivamente continuare ad accettare che ogni tentativo di dettare una regola sia considerato un attentato alla libertà, alla libera espressione di se stessi, alla democrazia.

Fino al secondo dopoguerra, infatti, il problema non esisteva: si andava a scuola in divisa o indossando un’uniforme, obbligatoria per gli studenti e in alcuni casi anche per i docenti. La divisa era segno di ordine e di pulizia. In effetti, ancora oggi essa può servire a dare un’indicazione del rango sociale, della classe cui un individuo appartiene, della sua professione (per esempio il camice bianco per il medico o la divisa di diverso colore per i militari appartenenti ai vari corpi), la religione (l’hijab per le donne musulmane, la tunica e il velo per le suore), lo stato civile (per esempio la fede nuziale nei Paesi occidentali). Molti ancora oggi ne sostengono il valore, in quanto essa a scuola annullerebbe le differenze sociali e rappresenterebbe un tangibile segno di uguaglianza, dal momento che consente anche a chi non può permettersi abiti costosi e firmati di non sentirsi inferiore. Ma non è questo quello che ora interessa sottolineare: nel tempo l’introduzione di nuovi stili di insegnamento, di nuove teorie in ambito pedagogico-didattico (socio-costruttivismo, ricerche sullo sviluppo delle intelligenze), di un modello meno autoritario nel rapporto insegnante-allievo ha pian piano condotto all’abbandono della divisa. Eppure ancora oggi sono molti a sostenere che le politiche scolastiche che tuttora suggeriscono l’adozione di un determinato tipo di abbigliamento uguale per tutti abbiano dei risvolti positivi: contribuirebbe a migliorare l’ordine e la disciplina (termini oramai non più di moda), ridurrebbe la stratificazione sociale tra gli alunni, almeno la parte “visibile”, permetterebbe di conseguire migliori risultati scolastici, diminuirebbe il tasso di assenteismo e farebbe calare il logoramento dei docenti. In assenza di evidenze scientifiche, però, meglio soprassedere.

Tuttavia, gli inviti al decoro e alla cura del proprio aspetto in ambito scolastico non possono più essere ignorati o snobbati: non si tratta, a ben vedere, di un adempimento burocratico, ma è un modo per richiamare a un dialogo aperto e sincero con alunni e famiglie, senza “laissez faire, laissez passer”, senza quel permissivismo che per anni ha caratterizzato la vita della scuola e che non sembra aver prodotto grandi modelli di civiltà. Il richiamo non è, dunque, solo questione di bon ton, non ha solo un valore estetico, ma etico, in un contesto in cui ogni tentativo di dare una regola sembra essere considerato un attentato alla libertà. Certo non sarà solo e semplicemente un abito a produrre un’inversione di tendenza nel modo di concepire la scuola, né si tratta di voler essere moralisti: la sensazione, per dirla con P. Sermonti, è che oggi si viva “in un campo di tensione tra il desiderio dell’autorità e il terrore dell’autoritarismo o, esattamente al contrario, tra il desiderio di autoritarismo e il terrore dell’autorità… Sappiamo che il diritto al desiderio, il diritto a un infaticabile consumo, il diritto ancor più grave al capriccio, non ci hanno portato da nessuna parte e ci hanno reso piuttosto infelici. Sarò banale, ma io credo sia cruciale il ripristino di una diffusa cultura della moralità. Sì, banale e moralista. Mi va benissimo. Il fatto che qui da noi il termine “moralista” abbia un unico significato deprecativo, la dice lunga sul genere di moralismo che pratica chi lo depreca. Vedo mestamente imperversare l’etica truccata, verticale e consumistica del desiderio, mentre io amerei che si ripristinasse un patto comune, capace di riattivare l’orizzontalità dei rapporti tra cittadini, con tutti i suoi negoziabili vantaggi”.

Tutto qui: dovremmo cercare di ripristinare quanto meno un’estetica sociale che valuti seriamente il ricco sistema di segnali che offriamo alla percezione e all’attenzione degli altri e che struttura le nostre relazioni.

“Si confida nella responsabilità e nel buon senso di ciascuno”: potrebbe essere questo il principio, ma anche il momento e il luogo per iniziare una vera rivoluzione culturale e sociale, oggi più che mai necessaria.

 

 

 


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Posted 19 settembre 2020 by admin in category Senza categoria

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