Aprile 1

Il silenzio dei bambini

silenzio2Il silenzio dei bambini
di Teresa Staiano

 Anche oggi ho percorso i corridoi silenziosi e le aule vuote della mia Scuola. Quasi a ripassare mentalmente il vocio consueto, per ri-cord-are (“richiamare al cuore”) che quello è il loro posto, e che solo per uno strano incidente astrale, capitato chissà come, si trovano ora in un universo parallelo, ove si sono temporaneamente travasati suoni, vocine, risa argentine, domande e l’appellativo ricorrente “Maestra! Maestra!”.

Il silenzio dei bambini, però, in queste meste settimane che hanno segnato il compiersi di un anno di pandemia, se si tende bene l’orecchio, urla.

Urla il loro invisibile esserci nel mezzo di questa pandemia, ed il loro essere stati dimenticati da chi governa un paese che invecchia di anno in anno, piombato in un inverno demografico che ha, proprio in questi mesi, toccato il suo fondo.

Alla fine del I secolo dopo Cristo, in una Roma che, nonostante la ancora solida floridità dell’impero, dava già segni di senescenza morale, Quintiliano dedicava all’infanzia i primi libri della sua “Institutio oratoria”, invitando i padri (alle madri toccava solo l’onere dell’allevare), a investire grandi speranze sul figlio appena nato, dedicandosi immediatamente, prima ancora che alla ricerca dei migliori maestri, a quella di nutrici che sapessero ben parlare, perché il linguaggio si succhia insieme con il latte e il bambino piccolo, proprio come un recipiente nuovo, si intride del primo sapore che lo riempie.

Il primo insegnante stipendiato dallo Stato aveva chiaro che non avrebbe potuto esserci un “civis Romanus vir bonus dicendi peritus”, un vero cittadino romano, uomo onesto, esperto dell’arte oratoria e, dunque, un politico capace, se non a partire da quel “puer”, da quel bambino, che aveva bisogno di essere educato, formato e istruito con grande cura sin dalla più tenera età.

Qualche decennio più tardi Giovenale avrebbe scritto nelle sue Satire il famoso verso “maxima debetur puero reverentia”, “al bambino si deve il massimo rispetto”.

Dall’attenzione ai bambini si misura la capacità di futuro di un paese.  E non si tratta di un investimento unilaterale, perché saranno a loro volta quei bambini a “salvare” chi li ha istruiti.

Era il 1968 quando Elsa Morante pubblicava la sua raccolta poetica “Il mondo salvato dai ragazzini”, metafora di un’Italia uscita fuori dalla guerra, e poi dalla ricostruzione, che cercava un’anima schietta, vitale, prodiga di futuro, più saggia della generazione adulta, ipocrita e fallita, che l’aveva preceduta: “Pure se ci fa tremare/ per gli spasimi e la paura,/ tutto questo,/ in sostanza e verità,/ non è nient’altro/ che un gioco.”

Sono i bambini a svelare, attraverso il gioco, i meccanismi di sopraffazione su cui si fonda la civiltà occidentale. D’altro canto, i bambini possono esorcizzare la paura in un solo modo: giocando. Se ne è ricordato anche Roberto Benigni nel suo film da Oscar “La vita è bella”, e, non a caso, al gioco hanno dedicato grande attenzione la pedagogia e la psicologia, da Huizinga a Piaget, da Dewey a Montessori, da Vygotsky a Berne.

Oggi, invece, ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti, è stato tolto tutto: è stata tolta la Scuola, è stato tolto il gioco, sono state tolte la socializzazione e la relazione. Nessun pericolo, bambini: dovete solo restare a casa. Ma accanto a loro, sul divano, si sono sedute la solitudine, la paura, la depressione. Ciò che non è riuscito nemmeno alla guerra, è riuscito alla pandemia.

È del 25 marzo un articolo apparso su Repubblica dal titolo “Coronavirus, con seconda ondata posti di neuropsichiatria infantile al Bambin Gesù tutti occupati: non era mai successo”. Il seguito gela: sono in aumento, tra giovani e giovanissimi, disturbi mentali, atti di autolesionismo, tentativi di suicidio, disturbi del sonno, disturbi alimentari, uso di sostanze cannabinoidi.

“Eppure sul disagio psichico di bambini e adolescenti c’è un silenzio assordante”, chiosa la giornalista Rory Cappelli. Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico “Bambin Gesù” di Roma, sottolinea come l’accelerazione sia stata concomitante alla seconda ondata della pandemia, da ottobre ad oggi.

“Siamo una società schizofrenica”, commenta Vicari, “Amiamo i bambini, i ragazzi, li trattiamo con i guanti, come cucciolotti, ma poi dedichiamo scarsissima attenzione alla loro crescita […] Gli adolescenti sono i veri dimenticati della pandemia. Li abbiamo trattati come untori, perché si accalcano, oppure come imbecilli che passano il tempo sul divano, mentre dovrebbero essere contenti perché non vanno a scuola. Ma è un modo per emarginarli ancora di più.”

Con i genitori al lavoro, i ragazzi sono rimasti soli, anzi “solissimi, e hanno dovuto gestire il tempo in maniera autonoma e senza guida. I ragazzi hanno bisogno di relazioni per poter crescere sani […] c’è bisogno degli amici, dei compagni di classe e di banco. Dei bambini e degli adolescenti non parla nessuno: durante il lockdown si parlava dei runner e dei diritti dei cani. E loro? Dimenticati.”

 

Il silenzio dei bambini, tuttavia, non è rimasto inascoltato. La Scuola – anche in assenza delle altre istituzioni –  ha fatto di tutto per restar loro accanto, nonostante la Didattica a distanza, che, anzi, si è fatta Didattica della vicinanza, ad opera di insegnanti appassionati e instancabili, che hanno declinato l’I care di Don Milani in ogni maniera possibile, autoaggiornandosi e utilizzando ogni strategia per mantenere viva la relazione educativa.

E non si è trattato solo di dispositivi forniti in comodato d’uso, di connessione solidale, ma anche di capacità di non arrendersi, di empatia, di ascolto, di cura amorevole, di coinvolgimento delle famiglie e, quando necessario, dei servizi sociali, di supporto psicologico, pur di dare l’attenzione necessaria alla persona di ciascun alunno.

Nonostante tutti gli sforzi, tuttavia, è nato un nuovo genere di dispersione scolastica, al quale non è semplice fare fronte. Lo scoraggiamento, la demotivazione, l’assenza di energie, stanno producendo abbandoni,  frequenze a singhiozzo e presenze “fantasma”, a telecamere e microfoni spenti, talvolta dovute a blocchi emotivi o all’inibizione a farsi vedere in video, perché crea disagio “sentire gli occhi di tutti puntati addosso”, con il pericolo di nuove e sottili forme di bullismo.

I bambini e i ragazzi hanno bisogno di tornare ad essere una priorità per la politica. Hanno bisogno di essere educati, formati, istruiti. Solo così potranno salvarsi e salvarci.

Ma, per farlo, hanno bisogno di tornare a Scuola, in maniera serena e sicura, e di riempire nuovamente le aule vuote delle loro voci, dei loro sorrisi e della loro gioia di vivere.

 

 

 

 

 

 

 


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Posted 1 Aprile 2021 by admin in category articoli