aprile 30

Se la DAD non basta. Scuola e didattica ad un anno dall’inizio della pandemia

20210430_234320Se la DAD non basta.
Scuola e didattica ad un anno dall’inizio della pandemia

di Paola Bortoletto

Didattica a distanza, didattica in presenza, teledidattica, didattica digitale integrata, didattica inclusiva. Mai come in questo ultimo anno si è parlato di didattica non solo fra gli addetti ai lavori, ma anche fra i genitori, nell’opinione pubblica, nei media, nei social. Non possiamo dimenticare che abitiamo nella complessità dove tutto è in relazione con tutto.
Certo i pedagogisti la considerano una scienza, scienza dell’istruzione nel suo più ampio significato, compito specifico della scuola (M. Baldacci), meraviglioso intreccio tra l’apprendimento e l’insegnamento.
Certo da febbraio/marzo 2020 la scuola è dovuta passare dal caldo di sguardi, di gesti “pazienti e ricorsivi” (A. Canevaro), di toni di voce rassicuranti o inquisitori al freddo dei dispositivi tecnologici e digitali.
Quella tecnologia, non sempre praticata nelle scuole, che fino ad allora isolava dall’umano è passata a connettersi con l’umano, che improvvisamente è diventato orfano proprio di quelle emozioni che rendono unica la relazione educativa e favoriscono apprendimenti significativi attraverso la mediazione dell’insegnamento.
Tutta la diatriba tra detrattori e sostenitori della didattica a distanza (DAD) o della didattica in presenza (DIP), forse potrebbe raggiungere un equilibrio insperato se riflettessimo su un ambiente di apprendimento che non può prescindere, al di là degli spazi fisici o virtuali, da:
– la centralità dell’alunno e la responsabilità nella costruzione del proprio apprendimento
– una didattica centrata sull’esperienza, contestualizzata nella realtà, fatta di compiti significativi
– un approccio all’apprendimento prevalentemente induttivo, meno passivo e più autonomo
– l’affidamento all’ alunno, oltre alla responsabilità, di progettualità e presa di decisioni
Un ambiente di apprendimento così definito per favorire tutto il potenziale di ogni alunno implica nei docenti:
– l’attenzione agli aspetti affettivo-emotivi dell’apprendimento come la curiosità, l’interesse, la significatività, la fiducia, l’empatia
– l’assunzione di responsabilità educativa, perché la scuola è sì il luogo dell’istruzione, ma anche della formazione della persona e del cittadino autonomo e responsabile, per perseguire l’obiettivo dell’interdipendenza dialettica tra istruzione e formazione, per dare risposta alle grandi domande di senso e di significato, in termini socio – affettivi e valoriali
– la consapevolezza di essere mediatore, facilitatore e tutor, non semplice trasmettitore
– l’attenzione ai differenti stili e modi di apprendimento degli alunni, per rendere la scuola veramente inclusiva.
Se si parte da questi assunti ogni tipo di didattica (DAD, DIP, DDI) può trovare la propria dignità e il proprio valore adattandosi al contesto interno e, ahimè, esterno in questo difficile momento della nostra storia, pur se sappiamo che i più piccoli, i più fragili, i più votati alla dispersione proprio nella relazione trovano linfa per apprendere e rimanere uniti a quella scuola, che può mantenere in vita il legame debole con l’apprendere.
La DAD ha pervaso i mesi primaverili, si è trasformata in Didattica Digitale Integrata (DDI) supportata da Regolamenti e Piani come previsto dalle Linee guida ministeriali di agosto, all’avvio dell’anno scolastico nel 2° ciclo proprio per rispondere alle esigenze di contenimento del numero di alunni per classe e per Istituto, e si è ripresentata in autunno ed all’inizio dell’inverno per le scuole secondarie di 2° e per alcune realtà regionali e territoriali anche del 1° ciclo, mentre nella gran parte d’Italia le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di 1°, va ribadito, sono ritornate in presenza e, pur tra quarantene e isolamenti, stanno continuando una didattica in presenza e/o una didattica digitale integrata, che in primis, dovrebbe essere rispettosa della centralità dell’alunno.
La DAD e la DDI hanno avuto il merito di far emergere in tutta la sua portata la necessità di riflettere sugli ambienti di apprendimento e su forme di didattica trasmissiva e ripetitiva: le scuole dopo un primo momento di sbandamento o hanno ripreso ciò che con lungimiranza avevano già iniziato a compiere da tempo o si sono attivate con tutte le fatiche che una pandemia in atto richiedeva. Non è stato facile : c’erano scuole con piattaforme già attive e pronte per l’implementazione, altre che avevano iniziato un percorso formativo prima di avventurarsi nel digitale , altre ancora che si sono aggrappate a tutte le forme tecnologiche e non, per appropriarsi nuovamente della relazione con i bambini e i ragazzi, per riprendere quella didattica che è il fulcro dell’azione della scuola, di quell’apprendimento formale che accanto all’ informale e al non formale, visto che oggi si sono moltiplicate le occasioni di apprendimento, diventa l’elemento forte per raggiungere le competenze chiave europee. La scuola, infatti deve rispettare il proprio mandato principale: formare le nuove generazioni alla cittadinanza responsabile e solidale.
Non è stato e non è facile trovare la strada maestra per traghettare in questa pandemia. Per un dirigente, ad esempio, dopo aver passato l’estate a misurare ostinatamente aule e distanze tra i banchi, a richiedere grandi o piccoli interventi di edilizia agile, a comprare mascherine e gel, ad individuare nuovi spazi ed accessi , ad acquistare e catalogare computer e tablet per raggiungere tutti e per dotare il maggior numero di famiglie – e nelle scuole del 1° ciclo e nelle aree più periferiche e degradate non è tutto così scontato – quello che emerge ancora lampante è la necessità della formazione dei docenti non tanto e non solo per migliorare le competenze tecnologiche e le abilità ad utilizzare piattaforme didattiche e canali interattivi, ma per offrire loro percorsi in cui effettivamente innovare la didattica nella scuola, certo senza più prescindere dal digitale, ma anche esplorando nuove frontiere di lavoro in presenza in un modello blended che solo il docente potrà sapientemente calibrare in base al contesto e agli alunni. Le tecnologie dell’informazione portano all’omologazione, ma anche alla diversificazione dei ritmi di apprendimento, di nuove esperienze, ad un uso individuale del proprio apprendere, occasione da non gettare per tornare ad una presenza che serve per la relazione, per l’emozione, per l’apprendimento condiviso. Va compreso che due ore di video sono un tempo enorme e se i docenti trasformano le loro lezioni «classiche» in video il sovraccarico cognitivo dello studente è altamente probabile, in aggiunta, lasciare da soli gli studenti a gestire in autonomia una grossa mole di informazioni può generare confusione e rifiuto, quindi meglio selezionare (o produrre) informazioni mirate, senza ridondanze o elementi accessori. Un piccolo esempio per dimostrare che si può cambiare la didattica tenendo conto del contesto e degl’interlocutori. Quanto mi ha emozionato visionare il video di quel docente di scuola secondaria che ha svolto una lezione all’interno di un’area archeologica vicino casa, facendo vivere ad una classe di liceali un’esperienza “in prima persona” con passione ed entusiasmo, sicuramente da rivivere al termine della pandemia. O ancora la foto documentaria di un semplice abaco costruito da un bambino di 2° primaria con pongo e legnetti a corredo di un compito autentico assegnato a distanza.
Diventa sfidante per i docenti rigenerarsi nella propria funzione intellettuale verso nuove prospettive ed orizzonti.
In questo quadro il dirigente, pur tra sondaggi continui e contatti quotidiani con le autorità sanitarie territoriali, tra domeniche passate al telefono o al pc pur di riuscire a mantenere il servizio e il diritto allo studio di tutti e di ciascuno e le rimostranze delle famiglie, ha dovuto, ma ancora dovrà assumere il ruolo di coordinamento e promozione delle professionalità interne alla scuola:
– presidiando e salvaguardando una ricaduta significativa e rispettosa dei tempi dei bambini/e e dei ragazzi/e
– incoraggiando la progettualità e l’identità della scuola attraverso l’elaborazione e rielaborazione del curricolo. In tal senso l’occasione di cambiamento della valutazione nella scuola primaria può veramente aprire il dibattito sull’autentica valutazione formativa non solo in quel grado di scuola, ma anche nei successivi
– coinvolgendo i collegi dei docenti in attività pensate in modo condiviso e partecipato
– promuovendo e monitorando le attività con una visione strategica e di accompagnamento.
Ciò richiede di avviare un autentico apprendimento trasformativo anche per chi nella scuola ci lavora tutti i giorni con professionalità, ma che corregga tutte le forme di attenzione bloccata, di chiusura difensiva, di distorsione del reale, che ancora permangono. Soltanto l’esercizio accorto della corresponsabilità e l’ascolto reciproco possono costituire l’antidoto risolutivo per contrastare le ansie ed il senso di solitudine che hanno colto e continuano a cogliere gli alunni, i docenti, i dirigenti e le famiglie. La scuola, infatti è una comunità palpitante di cui anche le famiglie sono parte integrante. Queste possono relazionarsi in maniera corretta ed efficace solo se perfettamente consapevoli della complementarietà delle diverse funzioni, specie nella scuola dei piccoli, ma senza dimenticare gli adolescenti, molti dei quali, proprio in questo periodo pandemico si sono avvicinati ai loro genitori, che convenzionalmente sono da contrastare per affermare la propria identità.
Credo che lo sforzo di tutta la comunità educante, e la scuola dovrà compiere la sua parte, sarà quello di formare persone capaci di comprendere l’inedito, di abituarsi al disordine, alla riorganizzazione per rivedere l’ordine delle priorità, per dare senso ad una nuova forma di cittadinanza, oltre la pandemia.

“La vita non è aspettare
che passi la tempesta, ma
imparare a ballare
sotto la pioggia.”
Mahatma Gandhi

 


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Posted 30 aprile 2021 by admin in category articoli