maggio 2

Riflessioni: Occhi, mascherine, cambiamenti e paure.

1_back-to-school-canvaRiflessioni: Occhi, mascherine, cambiamenti e paure.

di Bruno Lorenzo Castrovinci

Se qualcuno mi chiedesse com’era la mia vita prima della pandemia, oggi non saprei rispondere, sembra assurdo, ma mi trovo così immerso in questa quotidianità che ho perso di vista me stesso.
A guardar bene, uomini e donne nelle loro mascherine che lasciano liberi solo gli occhi, a volte neanche quelli in quanto vengono coperti da occhiali da sole, mostra uno scenario quotidiano insolito dove quelle che sono scomparse sono le labbra, la bocca e i sorrisi.
Sembra una cosa da poco, ma in realtà il nostro essere uomini e donne, ragazzi e ragazze, si riduce alla capacità di saper comunicare con lo sguardo.
Occhi che ridono, occhi che piangono, occhi tristi e occhi che sorridono, il nostro è diventato un mondo di sguardi che si scrutano, facendo capolino dalle mascherine.
E poi le tristi mascherine chirurgiche, con i loro colori freddi e quasi irreali, oggi quello che inizialmente era uno dispositivo per proteggersi, si è evoluto in un accessorio colorato.
Mi viene da pensare agli innamorati di oggi che non sorridono mai, contatti rarefatti, frasi scritte su un freddo schermo nell’attesa di una risposta di un segnale di un’emoticon che non potrà mai essere uguale a quella reale.
Banchi di scuola senza compagni di banco, studenti sempre più soli. Se uno li guarda bene, da quegli occhi tristi sperano ancora che questo tempo prima o poi volgerà alla fine.
E gli adolescenti, per loro sentimenti mai nati o nati a metà, privati come sono della presenza, del momento dell’incontro e ridotti ad una didattica a distanza dove non saprai se l’altro sta veramente guardando te.
Un mondo strano che sembra ormai ordinario, tanto è entrato nelle nostre vite, eppure prima non era così.
Astrazeneca, una parola, un’angoscia, un vivere come se quello fosse l’ultimo istante, il non sapere se uno si riuscirà a svegliare il giorno dopo.
Un percorso spirituale, forse, in quanto dopo averlo fatto ti chiedi se tutto volge alla fine e guardi con angoscia a quello che avresti potuto fare e non hai fatto o a tutto quello che hai sbagliato ed ora, al termine di tutto, non potrai più far nulla per rimediare.
Docenti, educatori, uomini e donne in un mondo dove non si riconoscono, con tanti occhi che ti guardano e che tu cerchi di fissare, come un surrogato ricordo di ciò che era, di ciò che è stato.
Tempi e momenti ormai cambiati, con la mensa in classe e i piatti sigillati che ai cibi hanno tolto pure il profumo.
Ma questo è solo ciò che emerge in superficie. Se uno però ha il coraggio di guardare meglio, si accorge del dramma e dell’angoscia collettiva.
Mamme e padri in continuo stato di paura per i propri genitori, per i loro figli, per se stessi. Il solo pensiero che il loro tempo possa finire prima, fa rabbrividire.
Emozioni amplificate dalle notizie che si susseguono, in un ritmo ossessivo su chi non ce l’ha fatta, su vite spezzate mentre cercavano una via per la speranza, un modo per tornare alla normalità.
Nell’assenza della razionalità e della fiducia nelle istituzioni, la scuola diventa allora il luogo del contagio per elezione, il capro espiatorio di tutti i mali, di tutte le angosce, di tutte le rabbie che inevitabilmente crescono in un mondo ormai cambiato da tantissime limitazioni e conseguenti rinunce.
In fondo, anche se sono state prese tutte le misure di sicurezza, con ambienti sicuri e controllati, puliti e sanificati, i notevoli sforzi dei collaboratori scolastici, del personale ATA dedito agli acquisti, dei dirigenti scolastici e dei DSGA, nessuno li riconosce.
Tutti presi dalla fobia collettiva del contagio, esaltati da una rabbia repressa e mai espressa, come un male che cresce più del contagio stesso, più dei tanti morti che ci sono stati, dei lutti, della tristezza dell’assenza, del vuoto, di quel silenzio che solo la morte sa dare.
Succede allora che anche piccoli conflitti, piccole incomprensioni, sfociano in reazioni esagerate, esasperate dal momento, con docenti e dirigenti scolastici a rischio a volte della loro incolumità personale.
Chissà se, quando tra i libri, intenti a prepararsi per il concorso, avrebbero mai immaginato questi scenari e stati d’animo che avrebbero vissuto.
Concorsi che si portano dietro tutti, da quelli per il personale Docente a quelli per Dirigenti e DSGA, l’amarezza, per molti, per non avercela fatta, che si amplifica in un tempo in cui, non ci si può consolare, in quanto è bandito ogni contatto umano.
Umanità di uomini e donne compromessa dalla vita. Ci sono stati attimi di entusiasmo, certo, la Didattica Digitale, una scoperta che affascina e che allo stesso tempo crea paure e preoccupazioni, di chi ormai alla fine della sua carriera un pc non lo aveva mai usato.
La ricchezza dei webinar, che hanno reso più popolare ed accessibile la formazione di qualità, quei contatti con menti e formatori preparati e illuminati che ora possono dare un contributo alla crescita professionale e di conseguenza un aiuto concreto al lavoro di chi lavora in luoghi sperduti e lontani.
Maestri della scuola dell’infanzia, con le loro visiere che li fanno diventare quasi extraterrestri alle prese con la legittima preoccupazione di mamme e papà, che all’essere diventati genitori, con tutto quello che comporta, ora si ritrovano a fare i conti con il terrore di restare soli senza i loro di genitori, ancora di salvezza di molte vite alla deriva che la pandemia ha portato sempre più in fondo nel baratro della disperazione.
Carriere mai nate, progetti falliti, investimenti che non trovano la possibilità di rientrare, nella migliore delle ipotesi, risparmi sfumati nel peggiore dei casi, debiti contratti che segneranno per sempre delle vite.
Sindaci, assessori alle prese con aule da cercare, servizi da mantenere a tutti i costi, cittadini, che soprattutto nei piccoli paesi in loro hanno riposto ogni speranza.
Al “Signor sindaco, domani pioverà” ora emerge “Signor Sindaco, domani mio figlio andrà a scuola”, “Signor sindaco quando la mensa riaprirà”.
Note, comunicati e provvedimenti, risorse aggiuntive che si devono spendere, pianificare, distribuire, rilevazioni continue, monitoraggi che si aggiungono, senza incremento delle risorse umane a disposizione, al già consistente e frenetico lavoro ordinario fatto di date di scadenza, di casi da risolvere, di relazioni da mantenere perché, si sa, in un mondo dove lavorano tante persone, i conflitti sono sempre in agguato.
Riconoscimenti mancati che lasciano il posto spesso a critiche, additamenti che corrono veloci sulle strade digitali dei social a volte prendono forma e forza nei surrogati virtuali delle piazze di un tempo, che oggi sono i blog e i post nelle pagine di gruppi chiusi o aperti, ai quali si aggiunge nel peggiore dei casi la potenza dei media, con la sua carta stampata o la televisione, la radio e le pagine digitali dei numerosi portali.
La tristezza e la disperazione di chi si trova a perdere dei collaboratori validi a causa degli effetti collaterali del vaccino o semplicemente perché molti andranno in pensione approfittando delle opportunità di anticipare il tempo del meritato riposo.
Eppure, per chi resta, il dramma che si amplifica scrutando l’orizzonte, scuole che a settembre si troveranno sole, senza quei pilastri che ne mantenevano salda la struttura, senza la possibilità di riuscire a formare un ricambio generazionale, con Dirigenti Scolastici e DSGA sempre più alle prese, oltre che con il loro lavoro ordinario, con impegni necessari per sostituirsi e surrogare quegli anelli mancanti nella loro organizzazione che, per quanto a legami deboli, oggi non riesce più ad adattarsi alla velocità con cui si susseguono gli eventi.
Riforme in atto, riforme mancate, desiderio di normalità per tutti, dagli agenti delle case editrici dei libri di testo al personale che produce domanda per le graduatorie o di mobilità, alcuni distanti da casa centinaia, migliaia di chilometri. Oggi sempre più soli, in quanto da dietro le mascherine i loro occhi pur sforzandosi non riescono a trovare compagnia.
Relazioni mai nate, cuori che sospirano in silenzio, per alcuni anche donne ed uomini amati che si sono dovuti lasciare per andare lontano, a cui per le madri si aggiungono i figli e per le zie i nipoti, quei figli mancati che la vita non gli ha dato.
Associazioni sindacali fatte di uomini e donne al servizio del prossimo, ma anche incasinate nel trovare un posto all’interno delle rispettive organizzazioni, casi che un tempo venivano contenuti e risolti, oggi vengono lasciati senza soluzione, con rapporti logorati in alcuni contesti dove al servizio si sostituisce il desiderio di continuare quelle lotte, oggi quanto mai inopportune, che dovrebbero lasciare lo spazio alla collaborazione reciproca, che ha da sempre contraddistinto l’umanità.
Dirigenti Scolastici lasciati soli, con casi difficili da risolvere, immersi nell’angoscia di fare il loro dovere, sapendo che a quella azione ne seguiranno altre che li trascineranno in un vortice senza fine, fatto di aule di tribunali o pec e lettere velatamente minacciose a cui inevitabilmente dovranno rispondere.
La solitudine vissuta in silenzio, che a volte trova la solidarietà dei colleghi, a volte invece consumata da soli, nel dramma,di uno stress che inevitabilmente prima o poi mieterà le sue prime vittime.
Gite mancate, viaggi mai fatti, sogni infranti di studenti e personale della scuola, una valvola di evasione, un mezzo per creare e consolidare le relazioni, così come le cene, i pranzi, gli incontri fino al più semplice collegio docenti o consiglio di classe.
Luoghi e momenti di relazione relegate al virtuale. Ma dove sono i tempi in cui in queste occasioni si trovavano gli amici di una vita o nascevano quegli amori che ti facevano battere il cuore e che ti facevano sentire vivo.
Virtuale, tante facce silenziose che ascoltano, magari qualcuno spera sogna, ma non può interagire con l’altro, la fine di un’umanità fatta anche di sogni, speranze, ed emozioni che ti facevano battere il cuore.
Alla didattica a distanza del lockdown, che in fondo aveva trovato una sua stabilità, ora il navigare a vista con un alternarsi di lezioni in presenza e a distanza, con tempi e modi in continuo mutamento. Note, ordinanze, circolari si susseguono e segnano il tempo, determinando i destini e di conseguenza il futuro di tanti uomini e donne che ci hanno creduto e che in fondo continuano a credere nella loro missione di vita.
Estate, vacanze, libri che attendono di essere letti, momenti rimandati, aspettati contando i giorni, sopportando in silenzio quella mascherina per ore, vivendo nello sconforto della consapevolezza che i risultati non sono quelli sperati, sforzi, strategie messe in atto che non hanno funzionato e se da un lato il cuore di ogni insegnante è rivolto ai suoi piccoli e grandi studenti che ama e che gli riempiono il cuore, dall’altro sa che non ha la forza per poter dare di più dopo un anno che sembra non finire mai.
Nubi minacciose all’orizzonte preannunciano un’estate diversa, l’ennesima vittima, della pandemia, un altro pezzo di scuola che se ne va.
Cammina silenzioso, il Dirigente Scolastico, per i corridori. Con i suoi lenti passi cerca di ritrovare una scuola che non c’è più, sente che il tempo è cambiato e nel silenzio occhi tristi gli fanno capolino dalle porte che ogni tanto si aprono,con le onnipresenti mascherine e nel suo cuore si rende conto che la scuola è cambiata e che questo in fondo nessuno ancora lo ha veramente ancora capito fino in fondo.
Suona la campanella, scandisce il tempo, zaini ancora pesanti tornano a casa sulle spalle di studenti che da dietro le loro mascherine sognano una scuola che ormai non c’è più.


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Posted 2 maggio 2021 by admin in category articoli