gennaio 14

Il Piano Nazionale della Formazione Docenti: prove di ripensamento in Lombardia

trainingIl Piano Nazionale della Formazione Docenti: prove di ripensamento in Lombardia
Un’analisi critica sul primo anno del PNF
di Antonio Valentino

Siamo al secondo anno del PNF dei docenti. I fondi sono stati erogati alle Scuole Polo a metà novembre, ma sembra comunque che poco o niente si sia mosso finora. E se i tempi si allungano, i rischi dello scorso anno si materializzeranno negli stessi termini e con tutti gli effetti negativi già sperimentati.

Sottovalutare questi rischi sulla tenuta del sistema è un segnale negativo perché lancia messaggi che non aiutano a uscire dalla ruotinarietà opaca che ancora tanta nostra scuola non riesce a scrollarsi di dosso, nonostante i sommovimenti di questi ultimi anni.

Perciò va salutata come una operazione apprezzabile (anche perché controcorrente) quella che sta tentando l’USR della Lombardia. Che ha convocato, a metà dello scorso dicembre, un Tavolo delle Associazioni professionali della scuola e delle Università lombarde per parlare della formazione per come è stata gestita nella Regione lo scorso anno ed evidenziarne limiti e difficoltà. Obiettivo: mettere in campo proposte non tanto per quest’anno (è sembrato di capire che non ci sono i tempi per introdurre correzioni significative), quanto per il prossimo.

Nell’iniziativa del dicembre scorso, i rappresentanti dell’USR (i Dirigenti Luca Volontè e Franco Gallo) sono partiti da una analisi attenta dei passaggi del PNF e delle varie Note ministeriali sull’argomento, con l’intento di evidenziare soprattutto le storture che hanno pesato negativamente sulla qualità delle iniziative e sulla gestione complessiva dell’operazione. Tra queste, si riportano di seguito soprattutto le seguenti:

  • la prevalenza di logiche e strutture piramidali nelle scelte e nell’organizzazione delle iniziative; ben distanti comunque dal tipo di Governance multilivello (MIUR, Uffici Regionali, Reti di ambito, Scuole) che pure era auspicata dalla Nota ministeriale del marzo 2017, oltre che dal PNF (M. 797 del 19 ottobre 2016);
  • l’offerta formativa attraverso Cataloghi: di fatto, somma delle domande di scuole e docenti e non invece sintesi ragionata e selettiva dei bisogni degli insegnanti (si è parlato, con indubbia pertinenza, di Cataloghi-Supermarket e di Formazione à la Carte, che hanno di fatto privilegiato un uso privatistico dell’offerta formativa);
  • il ricorso a bandi per la individuazione dei formatori – tra l’altro insoddisfacente anche sotto il profilo qualitativo -; scelta che, di fatto, ha escluso dagli interventi programmati i soggetti organizzati (associazioni professionali e disciplinari, partneriati con università …); risultata, tra l’altro, macchinosa e improduttiva e tutta dentro ad una logica da pre-autonomia scolastica;
  • l’esclusione delle scuole dai fondi per la formazione, gestiti quasi unicamente dalle scuole polo; ne è uscita mortificata la competenza (la prerogativa) degli Istituti scolastici di gestire in autonomia momenti di formazione, in coerenza con i PdM e i PTOF e con lo stesso PNF (cap. 3.2[1]);
  • metodologie formative prevalentemente giocate dentro metodi da lezioni ex cattedra; essendo mancato tra l’altro il coinvolgimento dei soggetti formatori nella fase della progettazione. (Si tralascia qui, per amor di patria, la questione dei riconoscimenti economici, risibili e offensivi, previsti per i formatori).

La prospettiva: costruire un accordo quadro con le Associazioni professionali e le Università

 A questi rilievi critici, condivisi da tutti i presenti, è seguito una proposta operativa, da parte dei rappresentanti dell’USR, centrata soprattutto sulla valorizzazione “sinergica” delle risorse accademiche e professionali attive nel territorio. Con l’obiettivo di promuovere a livello regionale un “sistema” di formazione dei docenti attraverso un “accordo quadro che specifichi il contributo che ciascuno dei soggetti coinvolti [Associazioni, Enti riconosciuti e Università] è interessato e disponibile a fornire per la progressiva strutturazione di tale ‘Sistema Regionale,….”[2].

A ben vedere, questa iniziativa non si colloca affatto fuori dagli schemi istituzionali, dal momento che lo stesso PNF prevede la possibilità di stipulare “specifici accordi finalizzati a facilitare e ottimizzare l’incontro di domanda e offerta qualificata di formazione”.

Aver recuperata tale possibilità, a seguito di una rilevazione critica dei limiti e degli errori dello scorso anno, aiuta però a sperare bene.

Comunque, competenze e disponibilità dei formatori rappresentano – è bene sottolinearlo – la chiave di volta dell’intera operazione di Formazione.  Dentro, ovviamente, un quadro di riferimento che metta al centro le scuole – e i loro bisogni – e in primo piano il protagonismo degli insegnanti (da costruire progressivamente, anche partendo dalle diverse occasioni di formazione).

Chissà che non possa essere, questo, il primo passo – ma altri ne occorrerebbero certamente – di un percorso di riconciliazione dei nostri insegnanti con una formazione professionale che conti.

Le consapevolezze che non dovrebbero mancare

Probabilmente questa operazione richiede però consapevolezze solide sia sui bisogni formativi prevalenti delle nostre scuole, sia sulla diversificazione delle specifiche necessità.

È innegabile che la strutturazione di un sistema territoriale della formazione, che si avvalga di risorse esterne accreditate, è una necessità per la stessa Amministrazione che, diversamente, non riuscirebbe a garantire corsi e percorsi formativi su tutto il territorio nazionale (non disponendo ora come ora, di personale numericamente sufficiente, oltre che qualitativamente adeguato, per un obiettivo così ambizioso).

Ma è altrettanto innegabile che l’operazione complessiva potrà avere successo ad almeno due condizioni:

  • che anche le risorse accademiche e professionali organizzate avvertano il senso e l’impegno di questa sfida (che richiede probabilmente – essendo cambiato il mondo intorno a noi – trasformazioni profonde sul piano organizzativo interno e sui modi di fare formazione[3]), che sarà vincente – penso – solo se tenderà a promuovere processi di autoformazione guidata delle scuole; e a sviluppare coerentemente, in ognuna di esse, autonomia progettuale, organizzativa e realizzativa anche nel campo dello sviluppo professionale;
  • che, contestualmente, il Ministero si impegni a investire in proprio sulla formazione dei formatori, almeno sulle tematiche fondamentali[4], e a praticare convintamente un tipo Governance pluri-livello che veda co-attori, col Ministero, gli USR, le reti di ambito e le scuole.

Ma c’è forse una terza condizione che va studiata e approfondita. Dovrebbe riguardare, da una parte, le modalità di incontro tra domanda e offerta; dall’altra, il ruolo specifico dei vari soggetti della Governance territoriale nella prefigurazione di un quadro complessivo degli interventi che abbia una sua sensatezza, organicità e praticabilità.

Gli  interrogativi su ragionamenti di questo tipo dovrebbero probabilmente trovare risposte negli accordi.

Interrogativi importanti si porranno ovviamente anche per le associazioni professionali soprattutto per capire come potrebbe cambiare il ruolo dell’associazionismo professionale quando si accetti di far parte di un sistema di formazione in cui comunque direttive e responsabilità di primo piano sono in capo al Ministero.

Al riguardo, penso comunque che la scelta di star dentro alle Direttive del PNF non può significare che il ruolo delle associazioni professionali possa esaurirsi nell’essere parte di questo sistema; ma debba continuare a manifestarsi in iniziative di approfondimento, di elaborazione critica e di ricerca autonoma sui terreni più vicini alle sensibilità e vocazioni di ciascuna di esse.

Un appiattimento arrendevole su scelte e direzioni di lavoro ministeriali farebbe loro perdere l’anima, in cambio di qualche privilegio e di una qualche visibilità che ne appannerebbero comunque l’identità. E questo sarebbe una perdita per tutti.

[1] “…è la stessa legge 107/2015 a riconoscere che la partecipazione ad azioni formative, con una pluralità di scelte possibili, deve fare riferimento alla comunità scolastica, nello specifico al Piano Triennale dell’Offerta Formativa che dovrà contenere al suo interno anche la previsione delle azioni formative che l’istituto si impegna a progettare e a realizzare per i propri docenti (e per tutto il personale), in forma differenziata in relazione ai bisogni rilevati”.

[2] Una riproposizione dei passaggi del PNF e delle Note MIUR che sostanziano una lettura diversa dei testi ministeriali – rispetto a quella prevalsa lo scorso anno – è in R. Rovetta – F. Gallo, Migliorare la qualità della formazione in servizio, Scuola7 n. 59/2017, Tecnodid.

[3] Nel PNF, al capo. 7 si parla di “iniziative e tipologie formative (laboratori formativi, percorsi di ricerca-azione, progetti in classe, corsi, ecc.) le più adatte alla crescita professionale dei docenti e [da rendere] disponibili sulla piattaforma del MIUR”, mentre nel cap. 5.5 si chiarisce che i soggetti accreditati sono chiamati ad “arricchire e qualificare l’ambiente di apprendimento professionale per i docenti” in “un’ottica di sussidiarietà orizzontale”.

[4] Se ne parla esplicitamente anche nel PNF (cap. 8.8): “Per questo motivo risulta fondamentale investire prioritariamente sulla formazione dei formatori affinché tutte le figure coinvolte nella formazione possano seguire percorsi efficaci e intraprendere proficuamente lo sviluppo professionale richiesto. La qualità dei percorsi formativi è quindi sostenuta da buoni contenuti e da buoni formatori la cui corretta identificazione e valorizzazione diventa essenziale. Occorre partire da una vera valorizzazione delle migliori risorse, già presenti nella scuola, integrandole, ove necessario, con autorevoli contributi”.


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Posted 14 gennaio 2018 by admin in category articoli

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