febbraio 9

La solitudine del Dirigente scolastico

solitude-3La solitudine del Dirigente scolastico
di Stefano Stefanel

            Alcuni recenti fatti hanno mostrato la estrema debolezza della figura del Dirigente scolastico. Sono fatti per lo più inattesi, che lasciano la categoria abbastanza attonita soprattutto per la gratuità degli stessi. Qualche tempo fa la senatrice Bianca Laura Granato del Movimento 5 Stelle ha attaccato, in audizione pubblica al Senato, la figura del dirigente scolastico con frasi molto offensive e gratuite, che però hanno dato l’idea di una visione settaria della professione, forse minoritaria, ma esistente. Al di là dell’esternazione scomposta della senatrice Granato e di alcune frasi comunque presenti nella relazione al DDL 763 tutte fortemente offensive della categoria, la cosa che ha più colpito è l’assoluto silenzio sull’attacco della senatrice Granato da parte del Ministro Bussetti e del Sottosegretario Giuliano, due dirigenti scolastici, prestati al Governo come si dice, ma ancora in servizio.

            In questi giorni il Ministro Bussetti ha dato ad un giornalista una risposta carica di astio nei confronti del sud e delle sue scuole. Nella frase c’era un richiamo a lavorare di più e questo ha colpito soprattutto i Dirigenti scolastici del meridione, quotidianamente in prima fila per gestire situazioni complesse e spesso catastrofiche con pochi mezzi e una burocrazia ministeriale che pare occuparsi d’altro. L’inatteso attacco alla scuola del sud da parte del Ministro e il silenzio sull’argomento del sottosegretario Giuliano, che è un Dirigente scolastico del sud, sono stati vissuti come un vero e proprio attacco soprattutto ai dirigenti, primi lavoratori di questo complicato sistema dell’istruzione. Perché, è bene dirlo, quando qualcuno attacca la scuola, la prima persona che si sente attaccato è Dirigente scolastico, perché di quella scuola si sente il primo rappresentante.

            La mancata proroga del termine per l’adeguamento alla normativa antincendio lascia i Dirigenti scolastici scoperti in un settore molto delicato, dove l’utenza scolastica deve avere allo stesso il diritto allo studio e alle protezioni contro gli incendi, ma nell’ambito di una collaborazione con gli enti locali che, sulle questioni della sicurezza, appaiono sempre più labili. Anche in questo caso il silenzio del Miur ha sorpreso un po’ tutti, quasi che non fossero note le difficoltà per le scuole di adeguarsi alla normativa in tempi troppo stretti. Queste oggettive difficoltà avevano reso quasi logica la proroga e questa era l’attesa di tutti i Dirigenti scolastici. Per cui la delusione per la mancata proroga fa il pari con la preoccupazione di riuscire ad applicare una normativa che richiede sinergie che non ci sono.

            Un altro punto molto controverso riguarda l’idea di combattere i comportamenti scorretti di alcuni insegnanti delle scuole dell’infanzia, attraverso telecamere che riprendano sempre il lavoro di tutti. In questo caso sembra quasi che la figura del Dirigente scolastico non esista, che sia un soggetto non in grado di comprendere quando nelle scuole da lui dirette avviene qualcosa di grave. La pubblicistica sull’argomento rubrica ad “asilo” tutto ciò che riguarda i minori di sei anni, per cui scuole paritarie e private, scuole di associazioni, parrocchiali, ecc. sono messe sullo stesso piano delle scuole dell’infanzia statali, che hanno al loro apice un Dirigente scolastico. Io sono certo che tutti i Dirigenti scolastici sono pronti a collaborare con le forze dell’ordine e con le famiglie per stroncare qualsiasi malversazione verso i minori. Ma davanti ad una diffidenza preventiva per cui il lavoratore deve dimostrare di non fare nulla di male senza che vi sia alcun sospetto su di lui, togliendo al Dirigente scolastico il giusto rapporto di controllo sui suoi dipendenti è frutto di una cultura del sospetto che ritiene con lo screaming di lavarsi la coscienza.

            Anche sulla questione delle reggenze (chi scrive e reggente senza soluzione di continuità dal 1° settembre 2008 e dal 16 aprile 2018 dirige tre scuole) si è fatto conto su Dirigenti scolastici che hanno dato la loro totale disponibilità a supportare lo Stato in un momento di grave carenza organica, resa ancora più profonda dall’impossibilità di portare a termine qualunque concorso (e quindi anche quello per Dirigenti scolastici) senza decennali contenziosi. Ebbene i Dirigenti scolastici si sono caricati di reggenze, ma lo Stato è rimasto inerte: non ha dato nulla in più di personale, risorse, supporti, possibilità di derogare a date tassative pur davanti ad impegni sempre crescenti, comprensione per problemi reali e gravosi di scuole rette in reggenza. E i Dirigenti scolastici non hanno avuto supporto dallo Stato neppure davanti a segreterie con gravissime ed evidenti lacune tecniche e di competenze: tutto deve essere fatto allo stesso tempo e con le stesse modalità, anche davanti all’impossibilità oggettiva di lavorare in condizioni nomali.

            La solitudine del dirigente scolastico è dunque acuita dalla sordità ministeriale, che spesso sembra non avere nei confronti della sua dirigenza un atteggiamento di fiducia. Inoltre l’impressione è che qualche volta non solo quando diventano Ministri o Sottosegretari, ma anche quando assumono ruoli negli Uffici scolastici periferici o quando vengono distaccati da qualche parte, molti dirigenti sembrano prendere le distanze dalla categoria cui appartengono, quasi che una volta usciti dal proprio ruolo di dirigente scolastico le cose comincino ad apparire in modo diverso e dunque non più assimilabile al punto di vista maturato nel lavoro che veniva fatto prima.

AMBITI TERRITORIALI: UN’OCCASIONE MANCATA

            La solitudine del Dirigente scolastico nasce da situazioni oggettive in cui chi svolge quel ruolo a scuola non si sente parte funzionale dello Stato, ma quasi sua controparte. In certi casi la rigidità degli uffici territoriali su classi e sostegno vengono vissute come una vera e propria incomprensione per un ruolo di frontiera che si è costretti a ricoprire, soprattutto al sud. Riguardo poi all’inclusione e alla dispersione si deve dire che sono problemi che non possono essere risolti con formule unitarie, perché la situazione è diversa da luogo a luogo e il sud le soffre per problemi di carattere sociale, non certo per una disfunzione dell’organizzazione scolastica. Esistono però anche delle decisioni prese dalla categoria che la isolano dentro un rapporto tutto interno alle scuole. E, dunque, se è doveroso guardare allibiti come certi atteggiamenti politici e governativi tendano ad umiliare la categoria, dall’altro può non essere inutile analizzare alcuni comportamenti che portano ad isolare il Dirigente scolastico da azioni di contesto che forse potrebbero aiutarlo.

            Il primo caso che voglio analizzare è quello degli Ambiti territoriali e delle Scuole Polo per la formazione, così come sono stati concepiti dalla legge 107/2015. Io credo che questa sia stata una grande occasione mancata dalla dirigenza scolastica, che ha scambiato per un ulteriore adempimento quella che invece era una grande opportunità. Gli Ambiti sono stati ostacolati dai sindacati in quanto stavano alla base della così detta chiamata diretta (che non era altro che un trasferimento per titoli e bando e non per anzianità) e da molti Dirigenti scolastici perché spostavano alcuni compiti delle scuole (formazione, formazione neo assunti, possibilità di costituire reti per le segreterie, ecc.) fuori da queste, dentro un luogo senza personalità giuridica e con una necessità di governance da costruire. Molti Dirigenti scolastici non ci hanno creduto, non hanno voluto lavorare per costruire governance efficienti, spesso per motivi non comprensibili hanno distinto la scuola capofila di Ambito dalla scuola capofila della formazione, costruendo così un soggetto bicefalo che ha duplicato le riunioni, i problemi sul tappeto, le decisioni non condivise. L’attuale corsa verso lo smantellamento degli Ambiti è una nuova corsa verso la solitudine: soprattutto nel caso del Piano Nazionale di Formazione far uscire questa progettualità dall’Ambito significa ritornare all’autoreferenzialità delle scuole che non intendono misurarsi in un’area ampia su quelle che sono le esigenze formative del sistema. Un governo di ambito ambizioso e lungimirante avrebbe aperto le porte a collaborazioni che mai le reti di scopo riescono a costruire in forma duratura e significativa. Anzi, molto spesso le reti di scopo alimentano la solitudine, con una scuola che fa tutto aggregando le altre per recuperare finanziamenti dentro scopi che qualche volta sono solo dichiarati. E con gli Ambiti il rapporto con gli Uffici periferici del Miur avrebbe potuto essere alla pari, mentre sembra forte la volontà di tornare alla solitudine delle scuole che trattano direttamente col proprio Ufficio di riferimento.

            Anche la recente accelerazione sul Sistema Nazionale di Valutazione con la conferma che ci sarà la rendicontazione sociale entro il 31 dicembre mette la categoria di fronte alla scelta se entrare dentro un sistema territoriale di confronto e supporto o far passare anche questa grande novità del sistema scolastico italiano come l’ennesimo adempimento. Ci sono chiari segnali di un grande interesse per l’argomento e per la sua declinazione e questo fa ben sperare, però bisogna avere il coraggio e la forza di tenere la rendicontazione sociale nella parte alta dell’agenda, capire che quei dati di comparazione sono dati necessari per governare un sistema. La comparazione delle informazioni della rendicontazione sociale (e del Bilancio sociale) costituiscono un elemento di equilibrio del sistema scolastico dentro le sue aree territoriali. Anche in questo caso la governance del Sistema Nazionale di Valutazione avrebbe tratto grande giovamento da una regia di Ambito, ma sembra che la damnatio memoria su questa innovazione introdotta dalla legge 107/2015 vada oltre le più elementari considerazioni sull’importanza di governare una rendicontazione sociale attraverso un’area coesa dentro una rete.

LO STRANO CASO DEGLI ESAMI DI STATO

            Chi scrive ha fatto l’esame di stato al Liceo nel 1974. Se a quei tempi avessero cambiato le carte in tavola nel corso dell’anno e a metà febbraio non fosse ancora stato chiarito come si sarebbe svolto l’esame credo che nel Liceo Marinelli di Udine (scuola che ho frequentato e che ora dirigo) non sarebbe entrato per molti giorni nessuno studente. E così’ in tante altre scuole italiane. In questo frangente alla grande agitazione degli insegnanti si somma il silenzio assoluto sull’argomento degli studenti. L’incertezza sulla pluridisciplinarietà della seconda prova, sulle griglie di correzione, sulla prova orale con gli argomenti scelti in busta chiusa, cioè su questioni che attengono prima alla didattica e dopo all’esame e non viceversa trovano i Dirigenti scolastici in assoluta solitudine davanti ad un incredibile cambiamento.

L’esame finale del primo ciclo viene vissuto seriamente solo dagli studenti che puntano alla media alta, per gli altri è un rito di passaggio poco comprensibile. Anche qui i Dirigenti scolastici devono dirigere un esame tutto interno diventato obsoleto e pesante, con deleghe assegnate a docenti competenti e collaborativi ma individuati senza supporto alcuno degli uffici territoriali.

Anche in questo caso sembra che la solitudine debba essere la cifra di scelte ministeriali astruse e incomprensibili, che modificano l’esame senza prima aver agito sulla didattica e sull’organizzazione. Gli esami di stato conclusivi andrebbero decisi nella loro forma e nelle loro modalità al massimo entro fine luglio in modo da poter comunicare a studenti, docenti e famiglie quelle modalità all’avvio dell’anno scolastico. E invece siamo qui ancora oggi  a dover dare risposte che non conosciamo a problemi non sollevati da noi, nella solitudine di decisioni che nessuno ci aiuta a prendere.

E PER CONCLUDERE I CONTI

            La recente Formazione nazionale IoConto ha visto coinvolti come formatori molti DSGA e un ristretto numero di Dirigenti scolastici. Il D.I. 129/2018 non è solo un Nuovo Regolamento di Contabilità, ma è anche un modo per mettere in discussione l’organizzazione scolastica attraverso strumenti normativi non armonizzati, ma che tutti ruotano attorno alla funzione progettuale e rendicontativa. Programma annuale, Piano Triennale dell’Offerta Formativa, Conto Consuntivo, rendicontazione sociale nascono da fonti normative differenti e dunque non sono armonizzati tra loro, così come il D.I. 129 non è armonizzato al Codice dei contratti (in continua mutazione) e alle Linee guida dell’anticorruzione. Questa partita dovrebbe essere giocata tutta in forma sinergica, mentre temo verrà giocata in solitudine in un rapporto tra Dirigente scolastico e Direttore dei servizi generali e amministrativi. Una cosa è sempre più evidente (anche alla luce dei nuovi Dsga che saranno tutti laureati) e cioè che più le norme sulla gestione economica e finanziaria delle scuole si fanno stringenti e più per il Dirigente scolastico diventa importante padroneggiare la disciplina contabile. Chiudersi nella propria solitudine non credo possa aiutare, perché comunque le finalità dei Dsga riguardano il settore amministrativo e l’interesse per quello didattico ed educativo è solo di riflesso. Credo sia necessario parlarne in forma collegiale, anche per condividere documenti e procedure e non affrontare solo con il Dsga, soggetto deputato ad altro scopo e che non condivide le responsabilità dei Dirigenti scolastici, passaggi delicati per la progettazione e la rendicontazione del lavoro delle autonomie scolastiche.


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Posted 9 febbraio 2019 by admin in category articoli

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